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La memoria di Babel, la recensione: nella Babele del sapere e dei sentimenti

Autore: Elisa Giudici
Testata: Mondo Fox
Data: 9 ottobre 2019
URL: https://www.mondofox.it/2019/10/09/la-memoria-di-babel-recensione-libro/

Sono passati quasi tre anni da quando Ofelia si è separata da Thorn, perché Christelle Dabos non è autrice da gettarsi in medias res nell'azione e nel viluppo dei sentimenti dei suoi protagonisti. Così La memoria di Babel si apre lasciando dietro di sé un arco temporale perduto che è un baratro bianco, da cui emergono solo domande angoscianti. La vita di Ofelia è rimasta intrappolata di una stasi irreale su Anima, quasi in attesa che noi lettori tornassimo a leggere di lei, che Edizioni e/o pubblicasse il terzo volume della saga fantasy francese che ne ha segnato l'esordio (fortunatissimo) nel mondo della narrativa di genere vera e propria.

Tutto sembra essere cambiato nel mondo delle Arche creato da Dabos, ma solo ai margini e solo per chi è consapevole dell'esistenza di quel Dio che ne ha preannunciato il crollo, mettendo fine al mondo frammentato degli umani e dei loro Spiriti di famiglia. Così ora agli occhi di una Ofelia intontita dalla mancanza di Thorn e di uno scopo da perseguire è evidente la stretta sorveglianza che le Decane esercitano su di lei, così come lo scempio che la loro azione causa sulla memoria storica del mondo, spogliata pezzo dopo pezzo dei ricordi di quando la Terra era un solo pianeta dove imperversava la guerra.

È ai margini del lento lavorio con cui Dabos far ripartire la sua macchina (da guerra) fantasy che cogliamo le immagini più potenti, legate al cambiamento della sua eroina. Per quasi tre anni Ofelia è rimasta rintanata nella sua stanza, impallidita e appesantita dall'immobilismo in cui è intrappolata geograficamente ed emotivamente. La mancanza di Thorn le scava un vuoto dentro, le impedisce di sentirsi appieno sé stessa e anche di cambiare, di evolvere nella sua versione più adulta, più completa di sé, segnata e modellata dal dolore o dalla gioia di saperlo morto o vivo, in lotta con Dio o sconfitto.

In attesa di Dio, il deus ex machina dell'intero libro è Archibald, che con i convenienti nuovi poteri che si ritrova per le mani permette a Ofelia di raggiungere una nuova Arca e a tutti gli ingranaggi ai margini della storia di continuare a girare a beneficio del terzo e del quarto tomo. Così come da titolo ci ritroviamo a Babel, l'Arca dominata Polluce e Helena, due nuovi Spiriti di famiglia della bizzarra cacofonia mitologica e pagana su cui Dabos modella i suoi regni. Babele di nome e di fatto, la struttura cosmopolita dell'Arca permette di accelerare il processo di scoperta del complesso mondo di Arche di cui Anima e Chiardiluna sono solo due frammenti. Se Ofelia non può andare sulle Arche, gli abitanti delle Arche con le loro etnie, i loro poteri e le loro tradizioni andranno da lei a Babel, mescolandosi in una cittadina cosmopolita dedicata alla ricerca del sapere.

Una volta superato l'impaccio di aggiustare le redini dell'azione, risistemare in maniera più o meno pretestuosa o conveniente il tiro dei vari filoni narrativi e mettere Ofelia di fronte all'ennesima prova, parte il consueto galoppo narrativo della Dabos e ancora una volta è davvero difficile chiudere il tomo prima di averlo finito. È impressionante quanto questo romanzo ricalchi pedissequamente i due precedenti. Ofelia arriva in un'Arca a lei sconosciuta, deve in qualche modo nascondere la sua identità e sopportare angherie al limite della vessazione, intervallando un mistero dai toni crime da risolvere con il lentissimo avvicinamento a Thorn, fino a un tragico fraintendimento che li terrà lontani emotivamente e fisicamente sino al gran finale.

Vorrei potermi lamentare della monotonia dell'intreccio, ma tra l'esplorazione di un'Arca affascinante dove la ricerca del sapere si fa ossessione sterile e censoria, guizzi fantastici ammirevoli (il trenuccello) e comprimari dall'ambiguità morale affascinante (Mediana, Meredith e Octavio) è difficile negare che Christelle Dabos abbia superato brillantemente anche questa terza prova. A dirla tutta, anche se inizialmente in maniera un po' artificiosa, La memoria di Babel mette una pezza importante su delle incongruenze passate che si erano venute a creare nella costruzione del mondo della Arche, guardando troppo da vicino Chiardiluna e Anima e perdendo un po' di vista il quadro generale.

La solita formula narrativa ancor più blindata di prima porta però l'autrice ad essere l'unica a non cambiare ed evolversi, portandosi dietro gli stessi difetti dei primi due tomi. Ancora una volta il romanzo funziona perché ruota attorno ad Ofelia e gli altri personaggi risultano affascinanti nella misura in cui fanno solo fugaci apparizioni al suo fianco. Ofelia è quasi sempre al centro della scena, a costo di risultare persino un po' antipatica, perché Dabos riesce a imporre tratti sgradevoli e meschini solo a lei. Thorn in particolare è condannato a lunghe assenze e a entrate in scena ad effetto perché Dabos diventa parecchio imbranata nel gestire i suoi ex fidanzati ora sposi se rimangono assieme troppo a lungo.

Ancora una volta il tratto che più ho apprezzato della sua scrittura è come riesca a far risuonare in maniera veritiera l'eco del dolore, dalla semplice malinconia all'agonia fisica e spirituale. Mi ha molto colpito la scelta davvero incisiva di far prendere via via consapevolezza a Ofelia che le sue precedenti, traumatiche esperienze non l'abbiano resa più coraggiosa e insensibile, ma le abbiamo insegnato il riflesso istintivo della paura. È ammirevole anche come la tematica dell'invalidità fisica e del disturbo mentale sfumino la palette di colori del romanzo fantastico con risultati inediti e memorabili. Se solo non persistessero qua e là delle svolte che per mio sentire dal puritanesimo sconfinano un po' nel bacchettone, La memoria di Babel sarebbe una lettura ancora migliore.