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"Ho imparato a dire la parola stupro"

Autore: Leonardo Martinelli
Testata: La Stampa Tuttolibri
Data: 12 ottobre 2019

Adélaïde Bon stava scrivendo il suo libro da tempo. «Mi ero bloccata, avevo qualche difficoltà. Era dicembre e mi dissi: faccio un giro a comprare i regali di Natale», racconta qui, una stanza e un giardino magnifico nel Marais, dove viene ogni giorno a isolarsi, nel cuore di Parigi ma sembra di essere altrove. «Entrai in un negozio e vidi questa scatolina di legno». La maneggia con cura, l'apre. «Ecco, dentro c'è una piccola medusa di ceramica. Rientrai e scrissi di getto diversi passaggi del libro. Mi mancava quell'immagine». Una medusa nera dilaga sulla copertina di «La bambina sulla banchisa », pubblicato in Italia da e/o. È il racconto della sua vita: la violenza sessuale subita da piccola, anni di derive e di meduse che sono venute a pungerla. «Erano sintomi di stress post-traumatico, brutture che vivevo, senza capire che venissero da lì, da quella domenica di maggio».

Cosa successe quel giorno?

«La mattina ero andata alla festa della mia scuola e avevo vinto un pesciolino rosso. A pranzo riuscii a convincere i miei genitori a tornarci da sola per comprargli del cibo. Al ritorno mi imbattei in un signore che era piuttosto gentile. Insistette per entrare nel mio palazzo e prese l'ascensore con me. Mi parlava di un sacco di cose. Arrivato al pianerottolo, dove doveva scendere, mi tirò per il braccio. Su quelle scale mi violentò in diverse maniere».

Quanti anni aveva?

«Nove. Vivevo nel sedicesimo arrondissement, il più borghese di Parigi. La mia era una famiglia molto privilegiata, protettiva. Non avevo idea di cosa fosse la violenza».

Cosa raccontò ai suoi genitori?

«Rientrai subito dopo a casa. Ed ebbi un'amnesia traumatica: già a quel momento non mi ricordavo. Durante la violenza ero dissociata. Ma mamma e papà sentirono che qualcosa non andava. Poco a poco dissi loro che quell'uomo mi aveva fatto sollevare la gonna, che aveva messo la sua mano sul mio sesso e io la mia sul suo. Andammo alla polizia e sporgemmo denuncia».

A lungo, rispetto a quanto le successe, non si parlò di stupro. Quando lei capì che si trattava di questo e non solo di molestie sessuali?

«Ho cercato per anni quella parola. Le mie angosce, la violenza, l'odio che provavo per tutta la fine dell'infanzia e l'adolescenza credevo fossero a causa mia e basta. All'inizio dell'età adulta, invece, capii che in me c'era qualcosa che non andava. Ma non lo mettevo in relazione con quell'evento. Ne avevo una visione dissociata, la versione dei miei genitori: un signore aveva voluto farmi del male ma si era fermato in tempo, erano stati solo palpeggiamenti. Pure nelle mie innumerevoli psicoterapie ne parlavo in maniera distaccata: chi mi seguiva pensava che non avesse lasciato tante tracce».

Quando ha riattivato quel ricordo traumatico?

«Avevo 26 anni e stavo seguendo una sessione di psicoterapia corporea. Ho sentito le sue dita dentro di me. Lì ho capito che quella domenica era successo qualcosa di più. Poi, a 29, seguivo un corso di formazione per una compagnia teatrale femminista, di cui faccio parte. Ci hanno spiegato che anche una penetrazione digitale è stupro. Così ho recuperato quella parola, stupro». E un giorno, 23 anni dopo quella domenica di maggio, ha ricevuto una telefonata. Chi era? «La polizia. Mi hanno detto che, grazie alle nuove possibilità di identificazione del Dna, avevano trovato un sospetto. Io ero incinta di mio figlio, al quinto mese di gravidanza».

Come l'ha presa?

«Era il più bel regalo che potessi ricevere. Una delle mie sorelle sul momento non mi capì. Mi disse: poverina, sarà una tortura, ti faranno rivivere quella brutta storia. Ma in realtà la vicenda non mi aveva mai abbandonato, ci vivevo insieme ogni ora della mia vita. Adesso qualcun altro mi diceva che non se ne era dimenticato: non una persona qualsiasi, ma la giustizia del mio Paese».

Chi è il violentatore?

«Si chiama Giovanni Costa, è un siciliano. E stato ritrovato quando ormai aveva più di settant'anni. Ne sono state identificate una settantina di vittime. In Francia si calcola che solo fra il 4 e l'8% delle persone che subiscono violenze sessuali sporgano denuncia. Quindi lui potrebbe aver stuprato almeno 800 bambine, tutte nel sedicesimo arrondissement. Era uno scassinatore itinerante, stava tutto il giorno per strada a caccia di piccole da violentare e di appartamenti da derubare».

È stato condannato?

«Sì, in primo grado. Io e tante vittime non abbiamo perso una giornata del processo. Lui è estremamente furbo. In aula era sprezzante nei confronti dei francesi, anche razzista. Diceva che l'Italia era il Paese con gli stalloni migliori del mondo e altre stupidaggini del genere. In appello ha finto di essere rimbambito, ha detto di essere malato. Il giudice c'è caduto. Ha rinviato l'udienza alle calende greche. Credo che non si farà mai, ma lui resterà in carcere fino alla fine dei suoi giorni. Io l'osservavo. Lo conosco molto bene, perché ho vissuto con lui all'interno di me quasi tutta lamia vita».

Sono le meduse che l'hanno tormentata così a lungo e di cui scrive nel libro?

«Questi sintomi di stress post-traumatico arrivavano bruscamente, senza preavviso. Potevo ritrovarmi sul bordo di una finestra, mentre ammiravo la vista, e avere all'improvviso una voglia incontrollabile di saltare. Oppure, essere nel mezzo di una festa, con persone sorridenti e simpatiche e d'un tratto mi chiedevo: a cosa serve vivere? Può essere un desiderio irrefrenabile di fare o farsi violenza. Non ne parlavo con nessuno, neanche con la mia famiglia. A loro riservavo un'immagine diversa, di una ragazza raggiante, divertente, solo un po' svitata. Non era vero niente ma loro non potevano capire. Comunque, mi hanno accompagnato in tribunale ogni giorno. Sono stati fantastici».

Perché la medusa come metafora?

«È come nuotare in mare d'estate, il tempo è bello, si è sereni e di punto in bianco ti punge e ti fa un male cane. E non te l'aspetti. Ho visto tanti video di meduse su internet mentre scrivevo. Volevo che il loro movimento così delicato e la loro danza impregnassero il testo».

Solo studiando le sue meduse ha capito se stessa...

«Soprattutto con Muriel Salmona, una delle più grandi specialiste francesi di stress post-traumatico. Mi sono aggrappata alle loro code, per vedere dove mi portassero. Così, ad esempio, interrogandomi sui problemi che avevo alla mascella, le mie sensazioni di soffocamento, ho ritrovato la memoria della violenza che l'aggressore mi aveva fatto mediante sesso orale».

Lei racconta nel libro di aver scoperto il valore della tenerezza al momento del processo?

«Non l'avevo mai sperimentata davvero. Mi piacevano le coccole, ma allora ho sentito un'emozione nuova. Una prima donna è andata a deporre. Mi ha sconvolto e, quando ha finito ed è ritornata a sedersi accanto a me, non c'era nulla di cosciente, di volontario, ma le nostre mani si sono levate all'improvviso e si sono strette le une alle altre. Sono stata inondata di tenerezza. Ero già mamma. Conoscevo l'amore per un bambino. Ma non quel sentimento lì».