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Naspini speranza tra le ombre

Autore: Fulvio Panzeri
Testata: Avvenire
Data: 18 ottobre 2019

Anche se cambia registro stilistico, se la sua scrittura si fa più affilata e tagliente nell'aggredire il male della contemporaneità, Sacha Naspini non tradisce mai la sua vocazione, che ha dimostrato nei suoi romanzi precedenti, nel mettere in scena le ombre oscure che inquietano il presente. Se con l'ultimo romanzo, Le case del malcontento, uscito l'anno scorso, aveva raggiunto un apice espressivo grazie alla forza corale e simbolica del racconto, con questa sua nuova vicenda mantiene una corroborante visione di una contemporaneità che non riesce a trovare quella possibilità di pensare nei termini della speranza, anche se emerge come necessità estrema. E questa stessa è indicata dal titolo come metafora, con quel bisogno di ossigeno, per non perpetuare quella condizione di prigionia vera o presunta che invade le anime. È questo, visto da una prospettiva tutta diversa, il filo che lega alle "case del malcontento!, dove il rischio che tutto il paese potesse franare, indicava il senso un'apocalisse imminente. Se là però era un intero mondo ad essere messo in gioco, in questo romanzo è la singolarità dell'individuo, posto di fronte ad una lacerazione profonda, a mostrare le sue crepe e le sue cicatrici interiori. Tutto parte da un fatto che rappresenta una sorta di male assoluto e sconvolge non tanto per chi ne è colpevole, ma per le conseguenze che ha la scoperta di averci convissuto, ignorandone l'esistenza, l'essere stati inconsapevolmente partecipi di un segreto. Una volta che la verità viene a galla, devasta le esistenze. Giustamente Naspini non inquadra topograficamente lo scenario in cui si svolge la vicenda, anche se in controluce possiamo leggere un richiamo ai luoghi che da sempre sono suoi, quelli della Maremma. Questa scelta serve a mettere in luce la natura dei conflitti interiori che investono coloro che sono implicati nella vicenda di un uomo all'apparenza irreprensibile, un sessantenne antropologo di fama internazionale, che ha cresciuto dopo la morte della moglie un figlio, ormai vicino ai trent'anni. Il professore viene arrestato, con l'accusa di aver segregato in un container, per quattordici anni, una bambina, ritrovata per caso, reclusa, per un tempo lunghissimo isolata dal mondo. La scoperta del "mostro del golfo" fa saltare molti equilibri emotivi, prima di tutto quello del figlio, Luca, che si trova a dover affrontare il disagio della sua nuova condizione: «Il punto non è che mio padre è mio padre, il punto è che sono suo figlio», con i sensi di colpa che ne derivano. Naspini sceglie, giustamente, di non affrontare un'indagine sul professore, ma di mettere a nudo il dolore di chi ha subito o sta subendo la forza di quel male compiuto: così entra in scena la figura della madre della bambina che era riuscita con difficoltà ad accettare quella perdita e viene di nuovo disorientata dal ritrovamento di una figlia, che ha perso un percorso significativo della propria vita e che ora sembra volerselo riprendere, quasi ignara della reclusione subita. Tutto si carica di tensione in questo libro, dove le ombre afferrano e cercano di portare, inesorabilmente, in un'altra oscurità.