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Elena Ferrante, il nuovo libro. Ritorna una Napoli di specchi

Autore: Paolo Di Stefano
Testata: Corriere della Sera - La Lettura
Data: 6 novembre 2019
URL: https://www.corriere.it/la-lettura/elena-ferrante/notizie/elena-ferrante-nuovo-libro-ritorno-una-napoli-specchi-speciale-258bef82-fff1-11e9-86c6-d2f1a0d8af2e.shtml

Il nuovo romanzo di Elena Ferrante, La vita bugiarda degli adulti, contiene tutto ciò che il lettore di Elena Ferrante si può aspettare. Cioè una variazione sui suoi temi principali: l’abbandono, il tormento dei legami familiari e di amicizia, lo spaesamento della crescita e lo sdoppiamento, il riaffiorare del passato in forma di macerie, cioè quella che viene chiamata qua e là la «frantumaglia» del tempo. Quasi sempre, da L’amore molesto a L’amica geniale, l’io narrante parte da un’assenza. E l’incipit di questa Vita bugiarda lo conferma: «Due anni prima di andarsene di casa mio padre disse a mia madre che ero molto brutta». Già ieri numerosi siti online hanno bruciato i tempi per raccontare la trama del libro, che si estende dai 12 ai 16 anni della protagonista (e io narrante), Giovanna, nata il 3 giugno 1979. Siamo dunque nel decennio ‘90, e mentre il tempo storico del contesto non si avverte, lo spazio è ben circoscritto: tra il Vomero e il Pascone, le due Napoli, la città di sopra e da quella di sotto, ugualmente invivibili (in aggiunta un paio di trasferte a Milano).

Il racconto nasce, come un lungo flashback, a partire da quel trauma, la vertigine della frase paterna in cui la bambina precipita improvvisamente: è una sorta di motore acceso da anni nella mente immaginativa dell’autrice che già in un articolo del 2005 evocava la «forza devastante» delle parole pronunciate da Madame Bovary a proposito della figlia Berthe. Il desiderio dichiarato della Ferrante era allora isolare quel pensiero per attribuirlo a sua madre, magari tradotto in napoletano: «comm’è brutta chesta bambina», saggiarne l’effetto sulla pagina, «sentirne il peso» e valutare se davvero una donna potesse mai pronunciare qualcosa di simile. O fosse piuttosto una frase maschile. Eccola qua la risposta, magari provvisoria, nell’incipit di questo nuovo romanzo, dove compare appunto sulle labbra dell’amato papà Andrea, professore di storia e filosofia in un prestigioso liceo cittadino, nonché intellettuale (di sinistra) attivo in un gruppo politico e in riviste militanti. Meno in vista la madre Nella, insegnante pure lei, di latino e greco, e a tempo perso correttrice di bozze di romanzi rosa. Genitori felici solo in apparenza, visto che via via affiora la doppia vita del padre e poi anche quella della madre, in segreta relazione adultera con una coppia di storici e fidati amici (genitori a loro volta di Angela e Ida). Incroci che emergono a distanza di anni con tutto il bagaglio di violenza, di sensi di colpa, di complicità dolorose, di falsità e di giustificazioni postume. L’intreccio di vite doppie si sviluppa, ovviamente, insieme al continuo capovolgimento delle identità e alla vorticosa confusione tra buoni e cattivi. La cattiva per eccellenza è (sembrerebbe) zia Vittoria, odiatissima sorella di Andrea, odiatissimo a sua volta: presentata come una specie di strega malefica, capace però di emanare un fascino magnetico agli occhi di Giovanna, essendo tutto ciò che non sono (o non appaiono) i genitori: sanguigna, vendicativa, triviale, sincera fino alla crudeltà e però capace di un amore totale. È lei che continua a consigliare alla nipote: «Guardali bene i tuoi genitori». Un monito che alla lunga Giannina (il nome assegnatole da Vittoria) metterà a frutto nei confronti della stessa zia, con la quale a un certo punto ha rischiato pericolosamente di identificarsi, nel consueto gioco di specchi ferrantiano.

Qui non si sa esattamente dove stia la sincerità o la verità e dove la menzogna, dove l’onestà e dove la perfidia, dove la dolcezza protettiva e dove la violenza. Sicché tutto sommato, a romanzo chiuso, si sospetta che ogni personaggio sia un po’ grande e un po’ meschino, un po’ vittima e un po’ carnefice, nel continuo rimbalzo di accuse reciproche e di riconoscimenti di colpa (sempre provvisori). E la morale della favola (con orchi da affrontare, ostacoli da superare e oggetti magici da conquistare) è che alle bugue degli adulti dovranno adeguarsi anche i loro figli e le loro figlie se vorranno crescere: non crescere serenamente, ma almeno crescere, formarsi. «Perfezionai il mio modo di mentire dicendo la verità», ammette a un certo punto Giovanna. «Forse sarebbe tutto meno complicato, se si dicesse la verità», esclama la ragazza a Costanza, madre di Angela e di Ida. Risposta scontata: «La verità è difficile, crescendo lo capirai».

Si diceva che c’è tutto ciò che i ferrantiani e le ferrantiane ferventi possono aspettarsi dopo aver amato la quadrilogia di Elena e Lila. Compreso il saliscendi dall’aria sottile del pensiero fino ai bassifondi delle più truci oscenità e abiezioni: personaggi devoti alla lettura, alla cultura classica, qui anche ai Vangeli (il giovane teologo Roberto) e altri fissati solo sul sesso (il «chiavare» dei maschi, ma non solo). Già al primo incontro con la nipotina, Vittoria non risparmia descrizioni puntuali del suo approccio con l’adorato amante: «Enzo mi baciava e mi toccava e mi leccava da tutte le parti, e anche io toccavo lui e me lo baciavo...». Si sarà capito che siamo più vicini alle atmosfere dell’Amica geniale, sia pure trasferite dagli anni del boom ai Novanta (ma in fondo Napoli è sempre maledettamente se stessa) che a quelle più rarefatte dell’insuperato esordio, L’amore molesto. Si ha l’impressione che Ferrante senta l’esigenza sempre più incalzante di alzare la temperatura del racconto fino all’incandescenza iperbolica, cancellando le sfumature intermedie e costringendosi a far tornare tutti i conti in modo a volte troppo scoperto: l’odissea del braccialetto-talismano che passa di mano in mano assumendo ogni volta una diversa valenza simbolica è quasi estenuante (i simboli, dirà alla figlia papà Andrea, sono importanti: «il bene diventa male senza che te ne rendi conto»). Così come risulta alla fine alquanto forzata la necessità di quadrare i numerosi bilanci dei do ut des di menzogne e di tradimenti (compresa la relazione nascosta della madre Nella con l’amico migliore dell’ex marito), in un continuo succedersi di colpi di teatro visibilmente dimostrativi (tutto è menzogna, ma tutto può essere anche verità, tutto è falsità ma tutto può essere anche sentimento autentico).

Dentro la struttura a flashback, che come si diceva ripete l’impianto a ritroso dei romanzi precedenti, il tessuto linguistico è lievemente, ma solo lievemente, espressionistico. Non è una novità: le montagne russe che ci scaraventano di colpo dalle vette degli ambienti intellettuali ai precipizi più cupi dei margini e degli antri malavitosi richiedono registri di stile molto variabili, a seconda delle circostanze e dalle bocche che parlano (Ferrante è assoluta maestra del dialogo!). Peccato che dalle trame sonore venga bandito quasi del tutto il colore dialettale, il che costringe spesso il narratore a segnalare, a mo’ di didascalia, che quella frase o quell’altra è stata detta in napoletano. È questo, si sa, lo stile Ferrante, lungi ormai dall’evocare quello di Anna Maria Ortese. A chi volesse aggiornarsi sulla sua identità si consiglia di leggere, in parallelo, Lacci di Domenico Starnone.