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Tutto quello che devi sapere sul nuovo libro di Elena Ferrante

Autore: Iuri Moscardi
Testata: Esquire
Data: 7 novembre 2019
URL: https://www.esquire.com/it/cultura/libri/a29719966/elena-ferrante-nuovo-romanzo/

Ho provato a leggere La vita bugiarda degli adulti, il nuovo romanzo di Elena Ferrante in libreria dal 7 novembre (edizioni e/o, 336 pagine, 19 euro), senza pensare all’Amica geniale e agli altri suoi libri. Ma non è stato facile, dal momento che la scrittrice ripropone toni, situazioni, personaggi e ambientazione tipici del suo stile. Il lettore affezionato ritrova così una consuetudine, mentre chi si accosta all’opera della Ferrante per la prima volta ha tra le mani un validissimo campionario per giudicarne la portata.

Come in tutti i libri di Ferrante, anche La vita bugiarda degli adulti ha come protagoniste le donne, una delle quali – la protagonista Giovanna – è la narratrice della propria storia. Altrettanto tipico di Ferrante è che Giovanna racconti retrospettivamente a noi lettori la storia della sua adolescenza da un futuro imprecisato, sottolineando il carattere fortemente soggettivo di ciò che stiamo leggendo. Leggiamo nelle prime pagine:

Io invece continuo a scivolare anche adesso, dentro queste righe che vogliono darmi una storia mentre in effetti non sono niente, niente di mio, niente che sia davvero cominciato o sia davvero arrivato a compimento: solo un garbuglio che nessuno, nemmeno chi in questo momento sta scrivendo, sa se contiene il filo giusto di un racconto o è soltanto un dolore arruffato, senza redenzione.

Giovanna è insomma un narratore inattendibile che ci attira nel suo ricatto: in mancanza di altri, non possiamo che darle credito. D’altronde, la storia che ci racconta è lo smascheramento di quelle che per lei erano certezze assolute e non potrebbe che raccontarcela così.

Tutto è già nella prima frase del libro: «Due anni prima di andarsene di casa mio padre disse a mia madre che ero molto brutta». Giovanna, tredici anni, è la figlia di una coppia borghese che adora i genitori, entrambi professori, e vive nell’idillio del Rione Alto da cui domina Napoli, circondata dalla famiglia modello di Mariano e Costanza, amici dei genitori, le cui figlie Adriana e Ida sono le sue migliori amiche. La frase del padre scoperchia l’abisso e, come in ogni buon romanzo, mette in moto gli eventi: paragonandola all’odiata sorella Vittoria, incarnazione per lui dell’infamia morale e fisica, scatena in Giovanna il desiderio di conoscerla. Dall’ovattata perfezione borghese del Rione Alto, simbolo di elevatezza sociale e morale, scendiamo così nel sordido Pascone, abitato da figure preda di passioni violente.

Come nel rione di Lila e Lenù de L’amica geniale, anche qui l’unica legge è quella del più forte. Sembra quasi impossibile, a Giovanna, che il suo sangue possa essere uscito da quello squallido ambiente sociale, su cui la zia Vittoria troneggia come un dittatore. Donna forte e autoritaria, è lei a schiudere a Giovanna gli occhi – non a caso la incita sempre a guardare ciò che le sta intorno per rendersi conto che i suoi genitori sono «gente di merda» – su un senso della vita più autentico di quello che le hanno insegnato i suoi pur progressisti genitori. Infatti è Vittoria a svelarle la potenza del sesso descrivendole i dettagli dei suoi rapporti sessuali con Enzo, uomo sposato che Vittoria ha sottratto alla moglie. La zia è insomma l’alter ego di tutto ciò che Giovanna è stata educata a essere; addirittura, dopo averglielo sottratto, riporta Enzo alla moglie Margherita, con la quale – dopo la morte di lui – creano una grottesca famiglia di due madri per Corrado, Tonino e Giuliana.

La Bildung – per usare un altro termine della critica ormai caduto in disuso – di Giovanna non può che passare attraverso la zia, nei confronti della quale prova così tanta attrazione da portarle pure Adriana e Ida. Ma è andando a prenderle che Vittoria scopre che il fratello ha regalato il prezioso braccialetto, eredità della loro madre e regalo di Vittoria per Giovanna, a Costanza, la sua amante. Giovanna non ci rivela come lo abbiano scoperto (nonostante in altre circostanze ricordi telefonate tra Vittoria e i genitori), ma il braccialetto fa esplodere il matrimonio dei genitori. Il padre, come il Nino Sarratore dell’Amica geniale, approfitta della ricchezza dell’amante per sistemarsi in una nuova casa a Posillipo, mentre la madre – che per ironia della sorte corregge e edita romanzetti rosa – come Olga ne I giorni dell’abbandono si autoannienta nella disperazione, trovando infine l’unica salvezza possibile nel simulacro ormai vuoto dell’amore per l’ex marito.

Giovanna intanto, sulla falsariga dell’amica geniale Elena, attraversa una fase di profondo disamore per sé stessa: è stata pur sempre colpa sua se il braccialetto è (ri)entrato nella vita della sua famiglia. Ma, sempre come Elena, scopre pian piano di potersi riscattare nello studio. Soprattutto dopo l’incontro con Roberto, il fidanzato di Giuliana, giovane e brillante professore universitario di cui si innamora. Roberto è l’incarnazione – idealizzata innanzitutto da lei – dell’amore puro, così diverso da quello carnale di Vittoria nonché da quello all’apparenza perfetto ma marcio dei suoi genitori. Roberto ha carisma e rende bello tutto ciò che lo circonda, è un maschio che però – a differenza di Corrado e del suo amico Rosario – non pensa solamente alla soddisfazione sessuale. Vittoria lo presenta a Giovanna che, nonostante la giovane età, lo impressiona: tra i due nasce un’amicizia intellettuale, che Giovanna idealizza fino al punto di tornare a Milano dopo essere appena scesa, a Napoli, dal treno con cui aveva accompagnato a Milano Giuliana, la fidanzata di Roberto.

Ma la fedeltà di Roberto per Giuliana le rivela quanto siano assurde le sue fantasie e Giovanna ritorna a Napoli, decisa ad entrare nel mondo degli adulti nell’unico modo possibile. Per il suo primo rapporto sessuale sceglie Rosario, alter ego – ma brutto, ha i denti sporgenti che lo rendono la macchietta di uno che ride sempre – dei fratelli Solara de L’amica geniale. Dopo avere consumato il rapporto, Giovanna abbandona il braccialetto, simbolo dell’attrazione irrazionale delle passioni: dopo avere reciso i rapporti con il padre fatuo e la debole madre, segna così il suo distacco anche dalla zia Vittoria, decidendo di costruirsi da sé la propria identità. È questo il senso del finale: Giovanna decide di partire con l’amica Ida per una vacanza a Venezia ed entrambe, scrive, «ci ripromettemmo di diventare adulte come a nessuna era mai successo».

I punti di contatto di La vita bugiarda degli adulti con L’amica geniale e la produzione di Ferrante sono molteplici. Oltre alle protagoniste femminili e alla narratrice inattendibile già citate, impossibile non menzionare Napoli, che troneggia come personaggio e come sfondo. Napoli è il macrocosmo assoluto delle vite dei personaggi, che per essere accettata richiede fedeltà totale: è infatti lo stampo che dà forma al carattere dei personaggi, soprattutto in negativo, e incarna le differenze sociali di chi la abita. Il dislivello tra il Rione Alto e il Pascone rende evidente la discesa verso il basso di chi si abbandona solamente alle passioni e la salita verso l’alto di chi sacrifica tutto per darsi una vuota presentabilità. Un dislivello che, come sempre, è anche linguistico: il padre e la madre di Giovanna parlano senza dialetto, Vittoria lo adopera schiudendo a Giovanna il vero significato della vita.

Ma La vita bugiarda degli adulti presenta anche delle peculiarità interessanti. È il Bildungsroman, il romanzo di formazione della protagonista; ed è su questo e solo su questo che Ferrante, che ci ha abituati a narrazioni ampie in cui il passato è necessario per capire futuro o presente, decide di focalizzarsi. Il romanzo è infatti la narrazione della lotta, disperata e necessaria, per conquistarsi la vita: è questo il senso di crescere, per Giovanna. Il titolo è un titolo parlante: Giovanna ci racconta innanzitutto la delusione di scoprire la verità dietro alle comode apparenze di facciata su cui tutti gli adulti intorno a lei hanno costruito le proprie identità. Lo fanno i suoi genitori, da deprecare per la loro ipocrisia nei suoi confronti, ma nemmeno zia Vittoria è da meno: si mette con un uomo sposato, agisce in base ad umori momentanei che la rendono tanto fedele confidente che feroce nemica.

Ma, invece di inglobarla in un presente che le dia un senso, Ferrante lascia la vicenda nel passato. Si limita, disseminando il libro di indizi filtrati dallo sguardo ingenuo di una ragazzina tenuta nella bambagia, ad accendere i riflettori su uno spaccato di vita a cui – non dimentichiamolo – nemmeno la narratrice riesce davvero a dare un senso. Ma, allo stesso tempo, i ricordi del passato si fanno materia della narrazione del romanzo, chiamandoci a partecipare, come lettori, a una lotta che è innanzitutto una battaglia per conquistare la propria personale identità. Ferrante è come sempre maestra a dare corpo all’interiorità delle passioni e al dolore della crescita, che si tramutano nel vero e proprio contenuto del libro (soltanto en passant, per esempio, scopriamo che Giovanna è nata nel 1979). La lettura ci rivela una vicenda che potrebbe essere accaduta in qualunque tempo e soprattutto a chiunque. Ed è questa la forza di questo romanzo, capace di avvincerci attraverso una scrittura che – mantenendo sempre l’apparenza dell’accessibilità – si stratifica e si insinua fin dentro alle pieghe più nascoste del carattere dei protagonisti. Rivelando, con i loro, anche alcuni dei nostri più inconfessabili segreti.