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Bussi. Il professore di suspense

Autore: Maria Tatsos
Testata: Io Donna
Data: 16 novembre 2019

Otto milioni di copie vendute solo in Francia, adattamenti televisivi di successo e traduzioni in 34 lingue - cinese incluso - dei suoi romanzi. Michel Bussi, 54 anni, siede decisamente nell'empireo degli autori più popolari in Francia. In Italia il fenomeno è esploso nel 2016, con il pluripremiato "Ninfee Nere", seguito da altri titoli, tutti con una caratteristica: tengono il lettore inchiodato alla pagina, impossibile lasciar cadere il libro prima di arrivare alla fine. Definire gialli i libri di Bussi corrisponde a verità, ma è riduttivo. Il mistero, la suspense e i colpi di scena sono ingredienti che sa ben calibrare. C'è, però, dell'altro. In “Forse ho sognato troppo”, l'ultima fatica, la protagonista è una hostess cinquantatreenne, Nathalie, moglie felice, madre di due figlie e già nonna. Una donna realizzata che, come tanti, da giovane si è trovata di fronte un bivio. Ha vissuto una passione folle con un musicista, Ylian, scegliendo alla fine la tranquillità e l'amore per la sua famiglia. Vent'anni dopo, a far riaffiorare quella storia mai dimenticata ci sono una serie di coincidenze. A cominciare da tre voli intercontinentali, con la stessa destinazione, nei luoghi in cui Nathalie e Ylian si erano amati. Ma c'è anche una mano assassina in agguato. Bussi entra nel cuore di Nathalie e ne sviscera emozioni e sentimenti. Grazie a una struttura in cui presente e passato si alternano come in un gioco di specchi, il lettore rivive i batticuori e le inquietudini della protagonista. Identificarsi è fin troppo facile. E forse è proprio quello che vuole l'autore.

Perché ha scelto questo titolo (in francese, è “J'ai du rêver trop fort”, ndr)?

Viene da una canzone di Alain Bashung, un cantautore francese degli anni Ottanta, intitolata “Vertige de l'amour”. I primi due versi sono "Ho bucato il cuscino / devo aver sognato troppo".

Il romanzo è ricco di riferimenti musicali. C'è un legame fra musica e giovinezza?

Sì, c'è questo aspetto e c'è anche un lato nostalgico, legato a quanto si ascoltava in passato. Mi hanno sempre affascinato i grandi musicisti, come i Beatles, Bob Marley, i Rolling Stones. Non c'è nulla di più universale di una canzone che tutti conoscono in ogni angolo del mondo.

Il giallo si intreccia con una storia d'amore. Non è la prima volta che percorre questa strada.

No. Una storia d'amore era già presente in altri miei libri, ma qui diventa il filo conduttore ed è centrale nella narrazione. Volevo unire le emozioni di una passione travolgente, come ne “I ponti di Madison County” (il romanzo di Robert James Waller da cui è tratto l'omonimo film, ndr), con la suspense che deriva da un enigma da risolvere, senza che la parte dedicata al mistero prevalesse.

La protagonista è Nathalie. È stato difficile per lei entrare nella psicologia di un personaggio femminile?

No, è stato piacevole. La vera difficoltà è stata quella di trovare un buon equilibrio per lei. Ad alcuni piaceva per la sua libertà, ma ad altri sembrava egoista, perché il marito è una brava persona che lei tradisce. Per un uomo è più facile creare una figura femminile sottomessa. Invece volevo una donna libera e moderna. La chiave di volta è che Nathalie abbia un lavoro che la costringe a partire e che trasmette un'idea positiva di lei.

Ylian è un uomo con una forte componente femminile, che emerge appieno nell'epilogo. Perché ha scelto di dargli questa personalità?

Avendo deciso il personaggio di Nathalie e la trama successiva, perché tutto fosse credibile lei doveva necessariamente incontrare un uomo fragile, non un seduttore che si lascia andare senza pensare alle conseguenze. Uno che ha paura, perché sa che la donna di cui si sta innamorando non è disponibile. Chi prende la donna di un altro di solito non risulta simpatico. Perché Ylian e Nathalie lo fossero, come volevo, era necessario che entrambi subissero questa storia d'amore come qualcosa che irrompe nella loro vita senza dare scelta.

Gli spostamenti della hostess modulano il romanzo. Cosa rappresenta il viaggio?

Il viaggio è la rondine, che è l'emblema della libertà e di Nathalie. Viaggiare è la libertà di partire, di andare alla scoperta di qualcosa di nuovo. Il mestiere della protagonista è simbolico, e le consente di realizzare il sogno senza rinunciare alla sua vita e alla famiglia.

La passione fra Ylian e Nathalie è uno spazio di libertà autentico, in cui sono se stessi. Bisogna tradire chi si ama per avere questo privilegio?

Non necessariamente. In un romanzo occorre creare tensione, dunque la passione esplode nel momento sbagliato. Ma nella vita vera, per fortuna, accade per Io più quando si è giovani e disponibili, e soprattutto perché si è alla ricerca dell’amore.

Lei fa dire a Nathalie "bisogna scegliere (...) prima che la scelta si riduca a essere liberi di perdersi in una foresta di rimpianti".

Sì, scegliere è rinunciare. Se non lo si fa abbastanza presto, dopo è più doloroso, o le conseguenze sono molto più forti e drammatiche.

Nella vita "non esiste il caso, esistono appuntamenti", dice il poeta Paul Eluard, che lei cita. Crede al caso e che ruolo ha nel suo lavoro?

Sono una persona razionale e credo che esistano sempre delle spiegazioni logiche. Quello che chiamiamo il caso è quanto ci aspettavamo, che noi stessi abbiamo provocato coscientemente, attribuendo poi quanto è successo al destino. Nel mio lavoro, il caso non esiste, tutto è sempre costruito.

Ha in mente la trama di un romanzo fin dall'inizio, o può cambiare durante la scrittura?

La storia è già tutta nella mia testa. Ci penso a lungo, per mesi o anche per anni, prima di iniziare a scrivere.

Lei è stato docente di geografia politica all'università di Rouen. Come è arrivato ad appassionarsi di gialli, vivendo in un contesto accademico?

Sono stato professore fino a tre anni fa, ora sono in aspettativa. Credo che molti nell'ambiente universitario sognino di scrivere un romanzo, o l'hanno fatto. Nel mio caso, i libri hanno funzionato a tal punto che ho dovuto smettere con l'insegnamento per dedicarmi solo alla scrittura. Ma non credo che sia stato il caso a deciderlo: scrivo a da sempre e diventare scrittore era il mio appuntamento, per dirla con Eluard. Ho fatto di tutto perché accadesse.

Quando scrive di solito?

Sempre. Ho molte attività da seguire - incontri con i lettori, adattamenti dei libri, la mia famiglia - ma appena posso scrivo. Quando lavoravo come professore, mi sono abituato a farlo dove capitava. Era una necessità, che alla fine si è tradotta in un vantaggio.

Quale consiglio darebbe a un giovane che aspira a diventare romanziere?

In primo luogo, non accontentarsi mai. Il primo romanzo deve essere perfetto. Poi, sforzarsi di indovinare cosa la gente vuole leggere. Non si scrive per se stessi. Bisogna sempre mettersi al posto del lettore, chiedendosi chi leggerà il libro, e perché dovrebbe leggerlo e cosa gli trasmetterà la lettura. Darsi delle risposte precise è l'unica via per scrivere qualcosa che interessi veramente.