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Chiusa in gabbia

Autore: Filippo La Porta
Testata: Robinson - La Repubblica
Data: 7 dicembre 2019

Uno dei compiti della letteratura è interrogarsi sul male, anche perché ha il privilegio di vederlo sempre «in situazione». Al contrario della filosofia è infatti impegnata a immaginarsi le idee intrecciate con l'esistenza. Sacha Naspini, grossetano, ha scritto un libro spiazzante e claustrofobico sul male, Ossigeno (e/o), una indagine romanzesca su un "mostro" - Carlo Maria Balestri, stimato antropologo che sequestrava ragazze - del quale però non ci parla quasi per niente. E fa benissimo, perché i "mostri" sono quasi sempre banali, perfino elementari nell'apparente groviglio delle loro pulsioni. Assai più interessante del male dispiegato, è il male latente, appena trattenuto, della nostra esistenza ordinaria, delle nostre normali relazioni. L'incipit, raggelante, ha un suono secco, quasi metallico: «Vennero a prenderlo alle otto di sera». A narrare è Luca, il figlio del "mostro", che comincia proprio dall'arresto del padre, mentre cenano, e di lì racconta la sua infanzia felice, tra modellini di areoplani, tuffi in mare (vivono di fronte all'Elba) e in seguito amori adolescenti infelici. Il padre è sullo sfondo: professore universitario e collaboratore di riviste. Bastano pochi tratti per disegnarne la fisionomia: genitore iperprotettivo, premuroso con la moglie (malatissima), una attenzione maniacale ai dettagli. E soprattutto: lucido, di assoluta integrità intellettuale, «comandava l'emotività» e agiva «senza dispersioni di energia». L'aver suggerito una relazione tra cultura e crimine (l'eccessiva frequentazione dei libri può sensibilizzarci al dolore universale ma renderci indifferenti alle pene del vicino di casa), e poi tra il male e una emotività accuratamene sotto controllo, va a merito dell'autore. Il diavolo, si sa, è loico, abituato a giustificarsi sul piano logico qualsiasi efferatezza, e a evitare emozioni che possano turbare i suoi piani. Il romanzo ha una struttura polifonica: negli altri capitoli l'io narrante diventa quello della donna sequestrata, Laura, della madre di lei, e della sua amica del cuore (tormentata dai sensi di colpa). Luca, dopo la cena dell'arresto e la liberazione di Laura, la cerca, si mette a seguirla (a Milano), pedinarla, spiarla, ne cerca l'amicizia su Facebook. Mentre lei tende a riprodurre la "gabbia" ovunque si trovi. Naspini affonda la sua storia nella cronaca nera di questi anni e nell'immaginario violento dei videogiochi. La descrizione della prigionia di Laura, lunga 14 anni, ha una drammaturgia perfetta: cerca di sopravvivere cantando, colorando i libri, gridando a squarciagola il nome dei genitori, dialogando con una bambola. Ma da dove si origina il male in questa vicenda? Quando Luca bambino prende un insetto stecco, "creatura aliena" simile a uno sterpo, e lo mette sul tavolo, il padre subito lo rinchiude in una ciotola trasparente. «Per farci cosa?», «Per averlo. Vediamo cosa fa». E così rinchiude la ragazza nel container: non le infligge alcuna violenza fisica, solo intende plasmarla, modellarne il carattere (è un antropologo!), vedere cosa fa. Il libro di Naspini appare indeciso sul genere cui appartiene. Reportage alla Truman Capote? Docu-drama? Nonfiction novel? Al di là di queste etichette, più o meno appropriate, si offre come un romanzo fantasiosamente ispirato alla cronaca. Forse lo sbilanciamento sulla pura finzione, sempre in un certo senso "gratuita", gli toglie qualche interesse. Avvincente è al contrario la "realtà" fattuale - con il suo cuore di tenebra - : e ci chiede con urgenza di essere sviscerata. Naspini usa una lingua evocativa, non piattamente giornalistica, per avvertirci che nessuno è davvero al riparo. Laura spingerà Luca, il suo inseguitore, a chiudersi in una gabbia, entro una logica sadomaso che somiglia a un destino inevitabile. Non perché carnefici e vittime si identificano (una conclusione aberrante cui Primo Levi sempre si oppose, anche contro certe letture della sua opera), ma perché il gioco manipolatorio del potere - nobilitato dal gusto dell'esperimento antropologico - riguarda ciascuno di noi.