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Prima e dopo Charlie

Autore: Anais Ginori
Testata: Il Venerdì di Repubblica
Data: 10 gennaio 2020

PARIGI. «Ho pensato che La traversata fosse il titolo giusto in italiano perché corrisponde a quello che ho vissuto. Anche se il mio è un viaggio da fermo, un'avventura nel chiuso di una stanza d'ospedale». Per molto tempo Philippe Lançon non è riuscito a scrivere il libro sulla sua esperienza di vittima dell'attacco terrorista a Charlie Hebdo. Quella mattina del 7 gennaio 2015 il critico letterario di Libèration, autore di una rubrica per il settimanale satirico, era arrivato per partecipare alla riunione di redazione con un libro di jazz che voleva regalare a Cabu, uno dei più famosi vignettisti francesi.

Sono passati cinque anni dal grido sterminatore «Allah Akbar» che ha preceduto le raffiche di Kalashnikov dentro al piccolo settimanale di scanzonati e insolenti che avevano sfidato gli integralisti religiosi, pubblicando vignette su Maometto. Lançon è stato per metà sfigurato nell'attentato in cui sono morte in tutto dodici persone, tra cui lo stesso Cabu, il suo sodale Georges Wolinski, l'allora direttore Charb. Il massacro di Charlie Hebdo è stato l'inizio di una stagione di terrore a cui la Francia si è lentamente abituata. Nel processo collettivo di metabolizzazione è arrivato come un dono inaspettato il romanzo Le Lambeau, "il lembo", riferimento ai molti trapianti che l'autore ha dovuto affrontare per ricostruire la sua mandibola. Uscito nel 2018 in Francia, accolto molto bene sia dal pubblico che dalla critica, e ora finalmente tradotto in Italia per E/O, La traversata è un libro dolce, potente, salvifico. Il racconto di una metamorfosi a tappe forzate.

L'appuntamento con Lançon, 56 anni, è in un cafè popolare nel tredicesimo arrondissement, nel mezzo degli scioperi e di un Paese che sembra eternamente ballare sull'orlo del vulcano.

Ha cominciato a scrivere mentre era in ospedale?

«Un mese dopo l'attentato ho ripreso la mia rubrica per Charlie Hebdo raccontando in parte le mie avventure mediche. Non pensavo di scriverci un libro. Un giorno, Serge July, ex direttore di Libération, per me una sorta di padre nel giornalismo, è venuto nell'ospedale militare degli Invalides dov'ero ricoverato. Ci siamo seduti in uno spazio bellissimo, vicino alla tomba di Napoleone. A un altro tavolo c'erano un pompiere in barella, un giovane arabo che aveva perso una gamba, e altri due pazienti. July ha scherzato: "Hai visto che compagnia di giro? Un giorno dovrai scriverci un libro"».

E così ha fatto?

«L'ho presa come un'ingiunzione, ma ero troppo stanco, mi sentivo un topolino davanti alla montagna. Un anno dopo, superate già varie operazioni, quando mi trovavo a New York, ho scritto l'incipit del libro: "La sera prima dell'attentato sono stato a teatro con Nina". Ci ho messo più di un anno e mezzo per trovare la seconda frase, girando intorno al libro, interrompendomi più volte, facendo cose senza senso, tipo passare giornate a vedere la serie Narcos. Come molti scrittori sono un procrastinatore. Soltanto nell'estate 2017, dopo l'intervento più pesante, quello della protesi a espansione, ho attaccato davvero la scrittura. Mi trovavo a Roma con mia moglie Gabriela. A quel punto è andato tutto abbastanza veloce».

Si aspettava il successo del libro?

«Avevo già scritto altri libri senza alcun clamore. Sono stato spiazzato e confesso che da critico letterario non ho mai amato la sociologia della lettura. Parlo del libri che leggo senza preoccuparmi di sapere se hanno successo. Da autore ho provato a capire attraverso le testimonianze che ho ricevuto. Ci sono due casse piene di lettere a casa mia».

E cos'ha capito?

«È quasi banale ricordarlo, ma l'attentato d1 Charlie Hebdo ha colpito disegnatori come Wolinski e Cabu che erano parte del nostro patrimonio immateriale, il simbolo di un Paese recalcitrante dove si ha diritto di scherzare su tutto e dire merde ai potenti. C'erano già stati altri casi di giornalisti uccisi in guerra o di giornali chiusi e censurati da regimi, ma vedere una redazione liquidata da due terroristi nel cuore dell'Occidente non era mai successo».

Il suo racconto va al di là dell'attentato, è una storia universale.

«È l'esperienza di un uomo esploso che deve ricostruirsi. Tanti lettori si sono riconosciuti nel mio racconto. Molto rapidamente sono stato espropriato del libro. Quello che potrebbe rendermi vanitoso, mi spinge alla modestia. L'accoglienza del libro è stata buona anche all'estero, in Spagna e in Germania, meno negli Stati Uniti».

Perché?

«Nei Paesi anglosassoni si accettano poco le digressioni, che per me sono l'essenza della letteratura. Sono convinto che la vita sia fatta di digressioni».

La Francia, secondo lei, è un Paese "recalcitrante". Che cosa significa?

«Quando vivevo in America ho visto giornali licenziare tanti lavoratori senza che ci fosse un giorno di sciopero. In Francia non succede cosi. Qualsiasi forma di esercizio del potere si trova di fronte un'opposizione. È quello che sta succedendo a Macron».

Come vede il giovane presidente?

«Mi affascina quanto sia detestato da una parte dei francesi. In parte li capisco, ma credo ci sia anche qualcosa di irrazionale Non è il peggiore dei presidenti che abbiamo avuto. La cosa più stupefacente e il capovolgimento brutale della sua immagine. Da personaggio di successo si è trasformato in un perdente. Qualsiasi cosa faccia o dica viene male interpretata».

In primavera comincerà il processo per gli attentati. Lei parteciperà?

«Sarò parte civile ma non mi aspetto né verità né giustizia. C'è poco da capire».

Non vuole saperne di più su quelle «gambe nere» dei terroristi che ha solo intravisto durante l'attacco?

«Sono morti e la loro storia mi sembra abbastanza semplice. Erano ragazzi finiti in un'impasse esistenziale e poco intelligenti. Lo dico senza disprezzo, anche io da giovane non ero un fulmine. A quell'età capita di cercare un'esperienza violenta per dare un senso alla propria vita. Negli anni Settanta avrebbero probabilmente sposato altre battaglie».

Lei denuncia una certa ipocrisia nella solidarietà dopo l'attentato, ricordando quelli che avevano abbandonato Charlie Hebdo durante i processi giudiziari scatenati dalle vignette su Maometto. A chi si riferisce?

«Il giornale ha esercitato la sua irriverenza anche su certe persone che vogliono prendere il potere nell'Islam. E non è stato sostenuto da una parte della sinistra e dell'estrema sinistra. L'attentato ha provocato una fragile parentesi di solidarietà, già richiusa».

Continuano a esserci polemiche anche in Italia, come quando è stata pubblicata una vignetta sulle vittime del terremoto.

«L'attentato ha trasformato il giornale in un'istituzione. Molti si aspettano che si comporti come tale. Non è possibile. E aggiungo: per fortuna. Lo humor nero fa parte dell'identità di questo piccolo giornale che si rivolge a un pubblico preciso. Non c'è soluzione a questo dibattito».

In che senso?

«Finché Charlie resterà nell'immaginario di alcune persone, che non sono i suoi lettori naturali, come il giornale del 7 gennaio 2015, ci sarà sempre qualcuno pronto a indignarsi».

Lo slogan Je suis Charlie è stato archiviato troppo in fretta?

«Era inevitabile. La Francia ha manifestato il suo sostegno con la grande manifestazione dell'11 gennaio 2015, qualche giorno dopo l'attentato. È stata una reazione spontanea in una società che crede nella libertà di espressione e nella resistenza al potere. Anche se per Charlie lo slancio ormai è passato, la stessa tradizione si manifesta in altre forme, penso al movimento dei Gilet gialli o agli scioperi contro Macron».

Durante quella manifestazione di solidarietà lei era in ospedale. Scrive «Je suis Chloé», riferendosi alla chirurga che si è occupata di lei.

«In quel periodo mi trovavo su un altro pianeta come il Piccolo principe solo con la sua rosa. Non era possibile, né auspicabile, provare a evadere. Avevo bisogno di tutte le mie forze per sopravvivere».

Chloé diventa l'eroina del libro, insieme alle infermiere, alla psicologa. Lei parla di una forma di «coraggio femminile».

«Forse è un commento maschilista, ma la maggior parte delle donne che ho incontrato in ospedale erano piene di attenzioni e avevano una qualità essenziale: non mi hanno mai nascosto nulla, non provavano a mentire sul mio stato di salute. Accedere alla verità è stato un modo di fortificarmi. Sono convinto che l'omissione o la menzogna indeboliscano».

Anche nella scrittura non ha occultato nulla. Descrive con dettagli cruenti la scena del massacro dentro alla redazione.

«Mi è stato rimproverato di aver descritto il modo in cui è stato colpito Bernard Maris (l'economista morto nell'attentato, ndr.) con il cranio spaccato. Purtroppo è stata la prima visione che ho avuto quando ho riaperto gli occhi. In compenso, non ho scritto nulla di ciò che non ho visto. Ho letto i rapporti di polizia, so com'erano ridotti gli altri corpi nella stanza. Ma non l'ho messo nel libro. Sarebbe stato immorale, quasi indecente».

Quando ha capito di essere gravemente ferito?

«Guardando il riflesso del mio viso sullo schermo del telefono. Al posto del mento, nella parte destra del labbro inferiore, c'era un cratere di carne distrutta e cascante Sembrava l'opera di un pittore bambino. Mi sono messo la mano sotto alla mandibola per reggerla come se le carni avessero potuto rinsaldarsi, il buco sparire e la vita continuare.

Scrivere è stata una terapia?

«Ricominciare a fare la rubrica per Charlie Hebdo e gli articoli per Libération è stato un modo di ricollegarmi al mondo esterno. Il libro invece è stato un puro gesto letterario, e infatti è arrivato quando stavo meglio».

Qual è stata la reazione di Chloé leggendo il libro?

«Come chiunque sia protagonista di un racconto di successo, ora si ritrova a convivere con il suo doppio letterario, in cui si rispecchia solo in parte. Credo sia contenta che il libro permetta di far conoscere meglio il suo mestiere e l'unità medica nella quale lavora. Ogni tanto facciamo delle conferenze insieme proprio per raccontare il mondo ospedaliero».

Siete diventati amici?

«Andiamo d'accordo ma non la definirei un'amica. Non abbiamo mai pranzato insieme. È ancora la mia chirurga, la vedo solo in determinate occasioni, le visite mediche o le conferenze di cui parlavo. Ed è giusto così».

A questo punto della traversata, chi è Philippe Lançon?

«Sono perplesso. È difficile capire come sono cambiato. Ci sono trasformazioni concrete. Non ho più la stessa faccia, non mangio più nello stesso modo perché mi mancano ancora i denti inferiori. Il mio percorso medico non è terminato. Il legame con la mia vita di prima è aleatorio. Se penso ai miei ricordi fino a cinquant'anni ho la sensazione che appartengano a un'altra persona».

Ha ancora il libro che voleva regalare a Cabu?

«Si chiama Blue Note, è una sorta di dizionario del jazz, un libro bellissimo. È diventato una reliquia. Le pagine sono impregnate di sangue».

Pensa ogni tanto alle altre vittime dell'attentato?

«Penso spesso a Wolinski. È l'ultimo che ho visto quando mi hanno portato via dalla redazione. Era ancora bello, almeno per me. Non era sfigurato, aveva preso una pallottola in pancia. Nei suoi disegni traduceva l'esistenza in fantasmi infinitamente divertenti. Era greve senza essere mai volgare. Aveva il senso del disastro che è la vita, e quindi dell'importanza di trarne il massimo di gioia. Sapeva che la catastrofe è sempre dietro l'angolo. Mi manca molto».