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Raccontatemi chi sono stato prima di sopravvivere a “Charlie Hebdo”

Autore: Andrea Marcolongo
Testata: Tuttolibri - La Stampa
Data: 18 gennaio 2020

A cinque anni dall'attentato jihadista costato la vita a dodici persone esce il libro di uno dei giornalisti feriti. Una «traversata» nella trasformazione del corpo mutilato, nella ricostruzione di una vita e della memoria grazie a persone che lo assistono, amici e personaggi letterari

Sono le 11.25 - o forse le 11.28 - del 7 gennaio 2015. Le librerie di tutta la Francia hanno appena alzato la saracinesca a esibire in vetrina Sottomissione, l’atteso e scandaloso romanzo di Michel Houellebecq uscito proprio quel giorno. A Parigi, in una viuzza che non somiglia a niente se non a un vicolo cieco e che porta il nome di un industriale del Settecento inventore delle conserve, al dodicesimo piano di un edificio malandato è in corso una riunione di redazione. Cabu è alle prese con una specie di brioche; Wolinski disegna donnine seminude sul suo blocco; Fabrice Nicolino s’indigna per la distruzione ecologica del mondo e Elsa Cayat gli risponde con una risata da strega libertaria. Anche Tignous disegna, con quella sua aria da bambino invecchiato, mentre dietro di lui siede Laurent Léger con il suo spirito da crociato contro la corruzione politica. Solo Franck Brinsolaro, l’agente di scorta di Charb, sembra non ascoltare le cazzate che circolano intorno a quel tavolo - «noi eravamo lì solo per dire cazzate, dire tutto quello che ci passava per la testa senza preoccuparci di essere beneducati, senza fare quelli “che sanno”, e meno che mai i santoni». Due minuti esatti dopo, le parole smetteranno per sempre di correre come cani affamati da una bocca all’altra nella sede di Charlie Hebdo. Tra i superstiti, gravemente ferito, sopravvive Philippe Lançon, che per Charlie era cronista (oltre a essere critico letterario per Libération). La Traversata che dà il titolo al romanzo, pubblicato ora da Edizioni E/O con la traduzione di Alberto Bracci Testasecca, è proprio la sua. Lui che, in mezzo agli spari, non capendo neppure se è vivo, fa il morto tra un urlo, Allah Akbar!, e un compagno che cade. E che, negli anni che seguono a quella mattina di gennaio, nell’andirivieni tra ospedali per la riabilitazione, tra chirurgi e psicologi, si ritrova ad essere Caronte di se stesso, per far attraversare al Lançon che non era «completamente morto» nella sede di Charlie lo spazio che lo separa dal Lançon sopravvissuto alla strage e ai cadaveri dei suoi colleghi. «Provo a circoscrivere la natura dell’accaduto scoprendo come abbia modificato la mia», scrive a un certo punto l’autore. Il libro non è che il disperato tentativo da parte del giornalista di colmare lo sconcertante baratro che separa il reale da quanto quello stesso reale sia in grado di cambiarci. Per capire cosa è restato dell’uomo che era prima di quell’attentato alla redazione di Charlie, Lançon procede con la minuzia dell’investigatore che non tralascia nessun indizio, con la precisione dell’avvocato che chiama in causa i testimoni, con lo sguardo retroattivo dello psicologo e con la cura del filologo. Nella Traversata compaiono tutti coloro che hanno avuto una qualche attinenza con il Lançon di quella mattina: l’autore cerca se stesso nei racconti degli amici con cui la sera prima era stato a teatro per assistere alla Dodicesima notte di Shakespeare, nelle donne che amava allora e in quelle che ha amato molto tempo prima, nei libri che stava leggendo e in quelli che aveva dimenticato di aver letto, chiede a chi l’ha anche solo incrociato di scrivergli via mail fino a riesumare i suoi ricordi più privati. Anche Parigi diventa scena del crimine da narrare, tra gli odori della sua infanzia e i marciapiedi calpestati dagli attentatori, dando vita a un romanzo totale che testimonia sì, le nostre reazioni dopo una strage che, almeno a parole, ci ha resi tutti Charlie quando due minuti prima non voleva esserlo nessuno e ci si vergognava a leggere il dissacrante giornale in metropolitana. Del resto, il guado che Lançon attraversa nel suo libro è lo stesso che ha dovuto attraversare il giornale, «bandiera piratesca» sopra il buonsenso fasullo, per sopravvivere allo sterminio della sua redazione e all’emotività dell’Europa - forse Charb e gli altri oggi stanno sghignazzando ancora più irriverenti, anche se con le risate piene di terra.