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Un alligatore sentimentale fra porno e gigolò

Autore: Alberto Riva
Testata: Il Venerdì di Repubblica
Data: 24 gennaio 2020

NELL’ULTIMO ROMANZO MASSIMO CARLOTTO SI TIENE LONTANO DAL POLIZIESCO CLASSICO E APRE NUOVI SCENARI. «VOLEVO PARLARE DI CASUALITÀ. E DI MOLTE ALTRE COSE». INTERVISTA A TUTTO TONDO


MILANO. Lo sguardo malinconico è sempre quello. Malinconico ma non triste. Anzi, da questo ultimo romanzo di Massimo Carlotto si esce persino con una fragile ipotesi di salvezza. «Per la prima volta sì, sono tornato a teorizzare la fuga» ammette lo scrittore padovano, sessantatré anni, creatore del noir d’inchiesta e di molti personaggi. Il più noto è l’Alligatore, investigatore privato in bilico tra bene e male. Che appare anche qui, ma sullo sfondo, solo una delle tante anime della città veneta che per il romanziere è la metafora di un’Italia intorpidita dalla «giustizia emotiva», dallo «sberleffo feroce», dal «terrore del futuro». Diciamolo subito: con La signora del martedì (edizioni e/o), Carlotta sforna uno dei suoi racconti migliori. C’è un luogo: la pensione Lisbona, gestita da un’anziana travestita di nome Alfredo. C’è la stanza numero 3 dove vive Bonamente Fanzago, attore porno riciclatosi gigolò un tantino sentimentale. E c’è una donna, Alfonsina detta Nanà, che ci viene a far l’amore, ogni martedì, per un’ora. «Tutto nasce dal fatto che sto invecchiando» riflette lo scrittore: «Volevo interrogarmi sul prima e il dopo dei corpi comprati, usati, abusati. Quella del “dopo” è una solitudine che può essere terribile, e questa società non perdona la solitudine».

Il porno è ancora un lavoro? Gli attori si lamentano che non si guadagna più nulla.

«Ogni ora, due milioni e mezzo di persone nel mondo ancora comprano pornografia. Pagano. La relazione tra il mondo del porno e i gigolò, per esempio, è straordinaria. Una vita d’inferno».

Non l’avrei detto.

«Be’, il problema dell’erezione è una cosa seria. Non mi interessano i ragazzotti, ma quelli oltre i quaranta, il corpo che si trasforma, la malattia, i farmaci».

Si è tenuto lontano dal poliziesco classico.

«Il noir è imploso. Abbiamo raccontato così tanto i meccanismi criminali che non c’è più nulla da raccontare. E non bisogna insistere, ma rovesciare il punto di vista, uscire dall’estetica del disastro. Volevo riportare la casualità al centro della scena, proprio perché nel poliziesco è vietato farlo: nulla avviene per caso».

Qui il personaggio peggiore è un giornalista.

«Ne ho conosciuti: parlo della cronaca nera, di quelli che non hanno mai preso una posizione quantomeno di dubbio rispetto alle veline ufficiali. È una scelta di campo: pensano di dover stare sempre dalla parte delle forze dell’ordine e dei Pm. È una scelta terribile, perché non lascia scampo a nessuno».

Mi sembra che sul difficile rapporto tra verità e giustizia lei non abbia cambiato idea.

«A livello tecnico-giudiziario le due cose si stanno sovrapponendo per un’opinione pubblica che di dubbi non se ne fa più: sono tutti colpevoli. E qui il ruolo delle trasmissioni tv, che alimentano le fiamme, è sbagliatissimo. Il dubbio è il tema sul quale lavorerò prossimamente».

Quarant’anni fa lei ha vissuto un lungo processo, il carcere, la grazia. Alfonsina, nel libro, ha una storia simile, inizia a scrivere fiabe in prigione. È successo anche a lei di cominciare così?

«No, ho scritto dopo. Però in carcere ho incontrato per la prima volta il romanzo poliziesco, che io leggevo non perché fosse consolatorio ma perché ridevo come un pazzo. Era l’unica cosa che mi faceva ridere, perché in quel luogo era talmente irreale! Avevo letto che i gialli tascabili venivano distribuiti alle truppe in Normandia, per rilassarle».

Come ha cominciato a scrivere?

«Volevo raccontare l’esperienza della mia generazione e scrissi Il fuggiasco. Lo portai a mano alla critica Grazia Cherchi. In un bar davanti alla stazione di Milano, il tempo di un cappuccio e un toast, mi insegnò il mestiere: devi fare così, fare queste ricerche. Nessuno lo fa più».

Oggi la sua scrittura sta cambiando?

«Rivendico tutto quello che ho scritto, ma il nostro compito è quello di osservare il mondo. Se il mondo cambia devi cambiare, non puoi scrivere sempre lo stesso romanzo».

Cosa è cambiato?

«Il rapporto tra crimine e società. Ed è cambiato il giorno in cui la gente per bene si è fatta corrompere. Va raccontata questa mutazione antropologica. Mi ha sempre lasciato esterrefatto la mancanza di coscienza delle persone rispetto al crimine. Non c’è la percezione di quello che può produrre e sta producendo».

Cosa le fa più paura dell’Italia di oggi?

«È il clima di questo Paese. Oggi c’è una difficoltà enorme a guardarsi in faccia e a ragionare. Mi sento inadeguato a ritrovarmi in un mondo di intellettuali di sinistra incapaci di relazionarsi. Lo snobismo culturale verso le classi lavoratrici è stato enorme. Etichettate da un punto di vista economico, tipo le partite Iva, la locomotiva del Nordest... liquidato tutto così. Ed eccoci alla sconfitta storica della sinistra, che se non cambia è destinata a sparire. Sembriamo gli anarchici dell’Ottocento».

Lo scrittore che ruolo ha?

«Non deve compiacere il lettore, altrimenti non è serio. A volte bisogna avere il coraggio di farci a cazzotti. A me è già capitato. Arrivederci amore, ciao fu un romanzo di rottura».

Giorgio Pellegrini era un personaggio di una negatività devastante.

«Con cui abbiamo fatto i conti. Sappiamo che esiste gente così».

Ne ha conosciuti?

«Sì. Ho bisogno di conoscere, di parlare, di farmi raccontare. Non voglio far ridere il lettore come ridevo io quando leggevo i gialli in carcere. Ho conosciuto un personaggio molto simile al signor Alfredo, che si veste da uomo in pubblico e si traveste in privato».

Nel romanzo i padri sono giudicati dal moralismo dei figli. Un personaggio lamenta la tragedia di essere obbligato alla banalità. La famiglia scricchiola?

«Spesso si cerca di fuggire da un meccanismo che imprigiona le persone. Mi interessa il tema delle doppie vite. Sto raccogliendo molte storie».

La sua che famiglia era?

«Mio padre, dirigente, era figlio di un panettiere. Mia madre veniva da Taranto, era una sposa di guerra. Grandi lettori. Un giorno, avrò avuto dieci anni, mio padre mi ha preso per mano e mi ha portato davanti allo scaffale dei libri indicandomi quelli che avrei potuto leggere, ma anche quelli che non potevo, perché erano per gli adulti. Di notte tornavo a prenderli di nascosto».