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«Sono russo ma non potevo stare zitto sulla sofferenza del popolo ucraino»

Autore: Marta Ottaviani
Testata: Avvenire
Data: 19 marzo 2023

L'orrore della guerra e le sofferenze del popolo ucraino raccontate da un russo. Un affresco drammatico di vite spezzate e fuga dalla morte, miserie umane e solidarietà quando ormai la partita sembra persa. Per Valerij Panjushkin, scrittore e giornalista, dare voce alle persone in fuga dagli orrori dell'invasione di Mosca era un'esigenza personale. Così, anche grazie all'aiuto di sua moglie Olga, ha scritto "L'Ora del Lupo", edito in Italia da Edizioni E/O e nelle librerie a partire dal 22 marzo. Il 25 marzo l'autore lo presenterà a Roma, nell'ambito della rassegna Libri Come. Ad Avvenire ha raccontato come ha trovato le storie di cui parla nel libro e perché per la Russia l'avvento della democrazia è ancora lontano. Lei è russo, eppure ha voluto scrivere un libro sugli ucraini che stanno scappando dalla guerra, con tutto quello che hanno dovuto sopportare. Come mai questa scelta? Non potevo stare zitto. Ho chiesto a molte redazioni con le quali collaboravo di mandarmi al fronte come inviato. Ma non c'è stata la possibilità. A quel punto ho deciso di scrivere questo libro. Il suo libro è un affresco dove lei racconta le storie di tante persone. Ha pensato a questa impostazione fin dal primo momento? Certamente. Si parla spesso di popolo ucraino, ed è comprensibile. Ma dobbiamo sempre ricordare che questa guerra si sta abbattendo su milioni di singole persone. Ognuna con il suo vissuto, con i suoi progetti, con i suoi amori, con le sue speranze. Per questo ho cercato di dare spazio ad alcune di loro. Come ha scelto le storie da inserire nel suo libro? Sono entrato in contatto con chi scappava dalla guerra sostanzialmente in due modi. Nelle prime tre settimane mi sono introdotto nei campi profughi allestiti al confine con la Russia. In quella finestra di tempo le operazioni erano molto confuse e il Cremlino non aveva ancora realizzato, come invece ha fatto dopo, quanto fosse importante tenere i profughi lontano da giornalisti e attivisti. E poi attraverso i social. Ha avuto difficoltà a parlare con gli ucraini? No. Ho intervistato oltre 100 persone, ma devo dire che, a parte un paio di casi, in cui non mi hanno voluto parlare perché russo, ho sempre trovato una grande disponibilità a raccontare la loro storia. Detto questo, la frattura provocata fra russi e ucraini si rimarginerà fra molto tempo. È ancora in contatto con le persone che ha descritto nel suo libro? Sì, con alcuni ho mantenuto i contatti. E per fortuna non solo sono riusciti a scappare, si stanno anche lentamente ricostruendo una vita. Nel suo libro parla di egoismo e sacrificio per la salvezza. Quale storia l'ha colpita maggiormente? Un episodio terribile che descrivo nel libro è la fuga da Mariupol di decine di famiglie. Si crea una coda di macchine chilometrica e un bambino di cinque, forse sei anni, si perde. La famiglia decide di non tornare a cercarlo, perché significherebbe morire. Lei ha preso una posizione molto forte su questa guerra, come una minoranza di russi, ma il resto del Paese? Perché crede ancora al presidente Putin? Credo sia il bisogno di sentirsi parte di qualcosa, perché non pensano di valere singolarmente e hanno paura di quello che è diverso da loro, e quindi devono avere fiducia in qualcosa che ritengono importante. Se Putin perderà la guerra crede potrà cambiare qualcosa? Penso che i grandi cambiamenti abbiano bisogno di tempo per realizzarsi. Li vedranno i miei figli.