Facebook
Twitter
Instagram
Newsletter

«Milady», una donna libera che si ribella alla volontà maschile

Autore: Benedetta Barone
Testata: Il Manifesto
Data: 2 febbraio 2026
URL: https://ilmanifesto.it/milady-una-donna-libera-che-si-ribella-alla-volonta-maschile

Oggi è diventata comune la riscrittura di personaggi femminili ingiustamente sacrificati, resi minoritari dalla storia. Milady di Adelaïde de Clermont-Tonnerre (e/o, pp. 384, euro 21, traduzione di Alberto Bracci Testasecca), vincitore in Francia del Prix Renaudot si iscrive perfettamente in questo tentativo di ri-creazione di personalità letterarie che appartengono a una memoria comune, a un comune immaginario, a condivise esperienze di formazione. La Milady dell’universo romanzesco di Alexandre Dumas è stata considerata a lungo la quintessenza dell’antieroina, una sorta di antesignana della moderna femme fatale: accattivante, manipolatoria, pronta a uccidere gli uomini che malauguratamente cadono nelle sue trame. In realtà, ci dice l’autrice – che domani alle 11.30 dialogherà con Natalia Ceravolo in occasione del festival «Francesissimo» al Circolo dei lettori di Torino in un incontro dal titolo «Milady. L’avventura di una donna libera» – la sua morte coincide con il primo femminicidio della letteratura francese.

Quanto ha influito, nell’auto percezione delle donne, il contatto con certe rappresentazioni femminili nel tempo della lettura che avviene durante l’infanzia e l’adolescenza?

L’idea è che la donna abbia sempre una colpa, una colpa permanente, un’insita vergogna da provare. Io stessa sono stata influenzata nonché traviata da certi valori. Mi sono approcciata per la prima volta a Milady a dodici anni ed effettivamente la trovavo un personaggio disgustoso, di bassa lega. Io volevo essere buona, volevo essere una Constance: la donna docile che non resiste alla morte. Ho impiegato trent’anni a perfezionare un nuovo punto di vista. La conclusione è che la donna dovrebbe avere il diritto di godere, di essere la legittima proprietaria del suo corpo. La storia di Milady in questo senso è tragica: è oggetto di uomini che la marchiano a fuoco, tentano di ucciderla quando lei li tradisce, infine la processano. Quello di cui non ci rendiamo conto è che i desideri maschili sono accettabili, sempre corretti; quelli della donna vanno nascosti e tarpati.

Chi è la sua Milady?

Amo molto Dumas e non volevo darne un ritratto troppo diverso. Quel che ci è sfuggito è che Milady sarebbe stata un personaggio da ammirare. Era bella, intelligente, scaltra, si occupava di politica, parlava all’orecchio di Richelieu, l’uomo più influente del tempo. Per alcuni aspetti rimanda alla figura della strega: non a caso viene marchiata. Del resto la caccia alle streghe trova nel diciassettesimo secolo un apogeo, contrariamente all’opinione comune che tende ad associarla soltanto al Medioevo. Ecco, io racconto la sua storia a partire dall’infanzia, dalla morte della madre, dando del personaggio una versione finalmente completa.

Le figure femminili delle narrazioni maschili del passato sono quasi sempre domestiche, accondiscendenti, buonissime. E se invece hanno un ruolo da protagoniste ecco che coincide con qualche cosa di moralmente discutibile. Si pensi a Madame Bovary, ad Anna Karenina, ma anche alla monaca di Monza o a madame de Rênal de «Il rosso e il nero» di Stendhal. Oggi non si corre il rischio di farne dei «santini»?

Volevo dipingere Milady non come una santa, non come una vittima e neanche trasformarla in una specie di donna ideale. Le zone d’ombra in lei sono moltissime. Ma la verità è che ha ottimi motivi per diventare come diventa: fin dall’inizio viene maltrattata, violentata, bistrattata. E questo già nel testo originale proposto da Dumas. Basti pensare che nel 1846, a poca distanza da I tre moschettieri, esce Il conte di Montecristo. Lì la sete di vendetta del protagonista viene presentata alla stregua di una reazione nobile, sacrosanta. Un istinto giusto e appagante. Quella di Milady è una manifestazione criminale, da poco di buono. Che va punita a ogni costo.

(...)