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D'Artagnan s'imbatte nell' anti-moschettiera

Autore: Matteo Strukul
Testata: Corriere della Sera - La Lettura
Data: 8 febbraio 2026

Adelaïde de Clermont-Tonnerre rivisita Dumas con gli occhi della vendicativa Milady

Il nuovo romanzo di Adelaïde de Clermont-Tonnerre, Milady (e/o), vincitore in Francia del Prix Renaudot, appartiene senza dubbio a quella colta riproposizione del feuilleton letterario che rappresenta da sempre una precisa istanza dei grandi narratori: citeremmo, fra questi, almeno Jean Giono con L'ussaro sul tetto ed Éric Fouassier con la saga L'ufficio degli affari occulti .

Milady non fa eccezione, anzi, evoca apertamente il capolavoro de I tre moschettieri di Alexandre Dumas, adottando una prospettiva femminile e raccontando la vita di un personaggio che è entrato da tempo nell'immaginario collettivo, facendosi archetipo: Milady de Winter, la bellissima e spietata manipolatrice, spia agli ordini del cardinale Richelieu, dama fatale, capace di sedurre e raggirare uomini come Athos e D'Artagnan.

L'autrice ne narra la storia quando ancora era Charlotte Backson e Anne de Breuil, ripercorrendo l'infanzia di orfana, l'adolescenza di quasi novizia e la gioventù come contessa de la Fére prima, e avventuriera alla corte di Francia poi. Lo fa molto bene, inserendosi fra le pieghe della saga immortale dei moschettieri, avendo cura di adottare un doppio registro narrativo che alterna il punto di vista della protagonista con quello di D'Artagnan nei giorni dell'assedio di Maastricht. Il ritmo della narrazione è incalzante, le avventure si susseguono in una vicenda quasi picaresca, l'approfondimento del carattere, delle motivazioni e scelte non è mai banale e offre un'analisi introspettiva di prim'ordine.

(...)

Ne esce un romanzo-confessione, una riflessione appassionata sulla condizione della donna, un'avventura epica che reca fin da principio i semi del dolore e della fatalità e nel portare un destino già scritto alle sue estreme conseguenze, riesce a rendere il personaggio di Milady ancora più umano, struggente, tormentoso di quanto già non fosse. Le pagine iniziali e finali, dove il cerchio si chiude, sono davvero commoventi e rovesciano completamente la conclusione di una storia che credevamo di conoscere avendone invece appreso la sola versione maschile. Con Milady, Adelaïde de Clermont-Tonnerre offre il punto di vista di una donna moderna, coraggiosa, indomabile, vittima e carnefice, in un mondo - il Seicento francese - che alla donna assegnava dalla nascita un senso di colpa plasticamente rappresentato dal marchio del giglio che, come in un'allegoria, è rivendicazione maschile di possesso ed emblema d'infamia.