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Jevhenija Kononenko, letteratura e guerra, discutiamone ancora

Autore: Guido Caldiron
Testata: Il Manifesto
Data: 27 marzo 2026
URL: https://ilmanifesto.it/jevhenija-kononenko-letteratura-e-guerra-discutiamone-ancora

Jevhen Samar’kyj vive nella Kiev degli anni ’90 immerso in una realtà dove le spinte culturali e politiche della nuova Ucraina indipendente fanno i conti con le difficoltà economiche e l’eredità burocratica dell’Urss. Impegnato in una ricerca che ne rilanci il lavoro universitario, si ritira per un certo tempo in campagna ripercorrendo inconsapevolmente i passi del protagonista di Evgenij Onegin, l’omonimo romanzo pubblicato da Aleksandr Puškin nel 1833 e considerato come l’atto fondativo della letteratura russa moderna. Come Evgenij, anche Jevhen (si chiamano allo stesso modo, ma in due lingue diverse) si dedicherà alle avventure galanti, senza curarsi troppo delle conseguenze. Ma soprattutto, il giovane di Kiev, cresciuto tra docenti universitari e alti funzionari del partito, finirà per scoprire lontano dai centri della cultura e dei simboli del Paese, una realtà in cui l’identità ucraina è declinata senza retorica e senza contrapposizioni. Un’ironica indagine sull’identità, la memoria, la lingua e la cultura Jevhenija

Kononenko propone nel romanzo Una storia russa (e/o, traduzione di Alessandro Achilli, pp. 140, euro 18,50) un viaggio letterario capace di trasformarsi in una ricerca di sé a un tempo personale e collettiva. Nata a Kiev nel 1959, ricercatrice presso il Centro ucraino di Studi culturali, traduttrice, scrittrice, poeta e autrice di diverse ricerche sulla cultura popolare e le questioni di genere, Jevhenija Kononenko vive in Francia dall’invasione russa del 2022.

Il protagonista di «Una storia russa» ripercorre i passi di Evgenij Onegin. Jevhen è però un giovane intellettuale ucraino che dopo il crollo dell’Urss sta riscoprendo la lingua e la cultura locali. Perché metterlo sulle tracce di Puškin?

Effettivamente la trama del mio libro riprende molti snodi del romanzo di Puškin. Quando studiavo, all’epoca ancora nella scuola sovietica, ci insegnavano che Evgenij Onegin rappresentava un grande esempio di unicità e originalità russe. E in generale, i nostri insegnanti di russo ci ripetevano spesso che la letteratura russa era incomparabile. Posso dirle di più: anche mia madre ne era profondamente convinta: adorava Puškin più di quanto penso meritasse. Per quanto mi riguarda, ho sempre dubitato di questa sbandierata «unicità». E sono convinta che qualsiasi trama di un racconto russo possa essere ambientata ovunque. Ad esempio in un villaggio ucraino, come nel mio romanzo…

Jevhen vive a Kiev dove è emersa anche sul piano culturale l’idea dell’indipendenza ucraina. Quando si trasferisce in campagna si rende però conto che è solo lì che la lingua ucraina è usata per tutte le necessità della vita: il suo è un viaggio alla scoperta delle proprie radici?

Le complesse traiettorie della lingua ucraina non sono facili da spiegare. La grande maggioranza degli ucraini è bilingue, ma molti ucraini russofoni amano la cultura ucraina e nutrono sentimenti patriottici. Ciò che Jevhen percepisce durante la sua permanenza nel villaggio di campagna, è che quelle persone parlano un ucraino fluente pur non avendo una conoscenza della cultura locale così approfondita come molti dei suoi amici di Kiev cresciuti invece parlando la lingua russa.

Il tema della lingua ritorna spesso nel lungo conflitto tra russi e ucraini. Nel romanzo lei sembra affrontare quest’argomento decisamente delicato con una punta di ironia, descrivendo diverse figure che mescolano ad esempio la loro passione tra letteratura russa e lingua ucraina, o viceversa…

Devo dire che ho scritto, e ambientato, il romanzo più di dieci anni fa, e soprattutto prima del 2014 (quando il conflitto ha iniziato a trasformarsi in uno scontro armato, ndr). E da allora tante cose sono cambiate radicalmente. Molti ucraini che fino a poco tempo fa parlavano russo ora hanno scelto di parlare soltanto ucraino. Ci troviamo in una situazione diversa, di fronte ad un’altra pagina del processo di ri-ucrainizzazione del Paese.

In seguito all’invasione russa del 2022, molte scrittrici e scrittori ucraini hanno smesso di utilizzare la lingua russa per le loro opere. Una scelta che ha fatto anche lei, al pari di un autore molto noto in Italia come Andrei Kurkov (più volte intervistato dal «manifesto»). Cosa fare di quella che oggi appare a molti come «la lingua dell’invasore»?

Ho iniziato a scrivere narrativa nel 1992 e il mio primo racconto è stato scritto in ucraino. È difficile da spiegare, ma essendo bilingue ho scelto l’ucraino inconsciamente come lingua di autoespressione, e non per ragioni politiche ma estetiche. È ciò che i miei cugini in Russia non capiscono: sono convinti che io sia diventata molto più ucraina perché ho paura di essere perseguitata dalla polizia di Kiev – sono dei pazzi! E anche questa è un’altra pagina della complessa relazione ucraino-russa! Quanto ad Andrei Kurkov, ha scritto molti romanzi in russo, ma il contenuto dei suoi scritti è stato da sempre antisovietico e pro-ucraino. I problemi linguistici sono molto complessi e diversi a seconda delle epoche. Molti anni fa anche la Perestrojka ci arrivò da Mosca, come poi il crollo dell’Urss. Ma questa stagione è passata da un pezzo, ora la Russia vuole restaurare l’Unione sovietica. E sì, oggi per gli ucraini, il russo è la lingua dell’invasore. (...)