Avevamo lasciato - almeno in Italia - Grégoire Bouillier con un paio di ironici memoir: L'invitato misterioso e Rapporto su me stesso, tradotti dall'ormai estinta casa editrice Isbn. Curiose riflessioni di un maschio di mezza età in crisi sentimentale che incrociavano anche il mondo dell'arte, vedi un party promosso da Sophie Calle. Era quando di autofiction si cominciava appena a parlare ed Emmanuel Carrère ancora non aveva raggiunto la notorietà di oggi. Adesso ritroviamo Bouillier vent'anni dopo (è nato nel 1960) con uno strano oggetto letterario: La sindrome dell'Orangerie è un'indagine che parte dal museo parigino. A guidarla è il detective Bmore, alter ego dell'autore, affiancato dall'assistente Penny. Tutto inizia da una visita alle Ninfee di Monet. L'investigatore saluta quei capolavori con uno strano senso di angoscia. Altro che rilassante quiete impressionista. Qualcosa nei quadri non quadra. E allora non resta che indagare sulla vita di Monsieur Claude. Seguono indizi storicamente documentati, raccolti nella cornice di finzione comica scelta dallo scrittore. Si sa che il pittore si appassiona a quei fiori poco tempo dopo la morte della moglie Camille. Trasferitosi a Giverny nel 1883, da allora li coltiva e dipinge per quattrocento volte. Fino alla morte, avvenuta nel 1926. Insomma, Bouillier è convinto che in quei capolavori si nasconda il senso di una fine. Di sicuro nessun dipinto è mai come sembra.