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Il plagio da Veronesi a Rossari

Autore: Maria Serena Palieri
Testata: L'Unità
Data: 13 gennaio 2012

L'ultimo in ordine di tempo è Sandro Veronesi che a fine novembre, all'uscita per Voland di Un anno nero per Miki di José Ovejero, pubblicato in Spagna nel 2003, si è visto sospettato di averlo copiato in Caos calmo, uscito nel 2005. Veronesi ha obiettato con un argomento incontrovertibile: lui non conosce lo spagnolo, quindi non può aver né letto né copiato Ovejero. Basta per dissipare radicalmente il dubbio? In una società potenzialmente paranoica e che conserva eterna memoria di tutto, com'è la nostra tenuta insieme da internet, il tormentone del plagio ha facile corso. Se ciò che muove ad accusare è il desiderio di essere plagiati, cioè di essere noti, letti, amati… Marie Darrieussecq, che in questa accusa è incappata, ha dedicato al tema il suo ultimo libro Rapporto di polizia (Guanda), dove effettua un'interessante analisi dei concetti di «io» e «l'altro» (alla base della questione). Ora è Marco Rossari, in un libro in uscita per e/o, L'unico scrittore buono è quello morto, a planare sul tema. Perché il suo libro consiste in una spericolata e divertente operazione: cosa succederebbe ai grandissimi scrittori del passato se provassero a pubblicare oggi? E, per un Kafka che si aggira in un mondo dove l'aggettivo «kafkiano » è il più gettonato, per un Joyce che insegue le ubbie dell'editore e, dopo i «piatti» racconti dublinesi si inoltra nel troppo «mitologico » Ulisse per naufragare in Finnegans wake (e morire senza aver pubblicato nulla), c'è uno Shakespeare a processo. Perché, appunto, ciò che per secoli è stata la «fonte» di alcuni capolavori (un mito,untesto classico) oggi diventa un testo «plagiato». Il W.S. di Rossari obietta: «Ma io ci ho messo la poesia». E il giudice: «È proprio per questo che vi condanniamo ».