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Forster, la lunga traversata per l'altra sponda della vita

Autore: Stenio Solinas
Testata: Il Giornale
Data: 3 novembre 2014

Arctic Summer, «Estate artica», si chiamava il romanzo che E. M. Forster non riusciva a finire. Era il 1913, aveva già alle spalle Monteriano, Camera con vista, Casa Howard e senza avere ancora assaporato la fama che dà il successo, era senz’altro uno scrittore dal riconosciuto talento. Adesso però sapeva di essersi inceppato, ne conosceva le ragioni, ma non sapeva come venirne a capo. Da un lato c’era la noia del già detto, già scritto, già sentito: disgraziati viaggiatori inglesi che trovavano o perdevano se stessi in Italia... Vi aveva aggiunto uno scandalo sessuale, legato alla frequentazione di un bordello, e un suicidio, legato alla vergogna, ma tutto gli suonava falso. Aveva superato i trent’anni ed era ancora vergine... La sua sessualità repressa la sfogava buttando giù racconti erotici, scritti più per eccitarsi che per esprimersi, e dove l’oggetto del desiderio non era la femmina, ma il maschio. Era omosessuale, Forster, e la cosa lo riempiva di segreto piacere e terrore. Diciassette anni prima, quando Oscar Wilde era finito in carcere, ai suoi occhi di adolescente quella rovina era sembrata un monito: non abbassare mai la guardia, non scoprirsi mai. Una vita di frustrazioni e di onanismi, reali e virtuali, ecco che cosa ne era derivato.
Accantonato Arctic Summer e messa da parte la porno-scrittura, Forster aveva comunque cercato di conciliare la sua arte di romanziere con i propri impulsi sessuali. Aveva anche fatto un viaggio in India, e gli era servito per dargli un’altra prospettiva sulle cose, togliergli la dipendenza dalle considerazioni altrui, imparare che la felicità non è un diritto, ma qualcosa che va conquistato. Ne era venuto fuori Maurice, dove con l’immaginazione aveva reso possibile tutto ciò che nella vita vera gli era vietato: l’amore per un altro uomo, ricambiato, e il lieto fine. Non che pensasse di pubblicarlo, naturalmente, però lo aveva dato in lettura a quei pochi dei quali si fidava, «minoranza nascosta» come lui. Le osservazioni erano state in genere positive ma la critica più acuta era venuta da Lytton Strachey, uno dei geni bizzarri del circolo di Bloomsbury: buona la rievocazione di Cambridge, discutibile la possibilità di una durevole relazione interclassista come quella fra i due protagonisti, sbagliata «la copula fra uomini», malata addirittura. Non sotto il profilo della morale, naturalmente, ma proprio perché così contorta e tormentata, così piena di sensi di colpa, così intellettuale. Se la scrittura rivela l’uomo a se stesso e agli altri più di qualunque confessione, si capiva che Forster della carnalità ignorava tutto...
Un altro giudizio l’aveva invece ferito, non come scrittore, ma come essere umano. Era di uno dei suoi amori platonici ai tempi del college, un membro del Club degli Apostoli di Cambridge, Hugh Owen Meredith. «Imitare l’altra sponda» era stato il succo. «Scatenate un tale fracasso sull’essere diversi, e poi tutto quello che volete è essere uguali». «Essere “trattati” da uguali. È così brutto?» aveva replicato Forster e la risposta era stata stupefacente: «Sì, certo, se solo ve ne rendeste conto. Quel che volete è vivere con un uomo in una casa felice. Ma non sapete quanto sia banale. Il modo in cui stanno insieme uomini e donne è una faccenda stupida, priva di nobiltà. Vorrei solo che ve ne accorgeste, invece di romanticizzare tutto».
Inglese e romantico. Era questo il controsenso. In altri tempi, forse, sarebbe stato possibile, l’Inghilterra elisabettiana di Shakespeare, l’Ottocento tumultuoso di Byron e di Keats, ma in quella vittoriana e imperiale di Forster, il binomio non funzionava. Al massimo, si poteva essere «una romantica donna inglese»,mailgentlemaneraun’altracosa,il prodotto di un mondo energico, esteriore, pieno di sport e di fucili, dove se non giocavi a
polo, non sparavi alle tigri e non sottoponevi tribù barbare ai confini, eri un personaggio un po’ malato... Forse aveva ragione l’amico indiano Syad Ross Masud, altro amore non corrisposto, quando gli aveva detto che la sua era «una sensibilità orientale». Forster era attratto dall’India, anche se spesso trovava gli indiani altrettanto insopportabili dei suoi connazionali che si atteggiavano a colonizzatori. Il «fardello dell’uomo bianco» e tutta la retorica imperiale lo faceva rabbrividire, ma l’atroce decadenza indiana lo colmava di malinconica rabbia. Ciò che faceva la differenza era una sorta di mistero nel cuore delle cose, frutto del clima ma, del paesaggio, della religione, qualcosa di opaco e inaccessibile al linguaggio.
Passaggio in India nascerà proprio
da questo, ma ci vorrà più di un decennio prima che Forster accetti, come scrittore, di non preoccuparsi delle risposte, di lasciare che il caos abbia la stessa importanza della ragione. Un decennio in cui c’è spazio per la Prima guerra mondiale, che lo vedrà con la Croce Rossa in Egitto; per un libro su Alessandria, reso possibile dalla frequentazione di Kavafis; per la scoperta piena, finalmente, della carnalità; per un nuovo viaggio in India nelle vesti di improbabile segretario di un raja...
Se il mistero era nel cuore delle cose, era anche giunta l’ora che fosse nel cuore del suo ultimo romanzo, un’oscurità, un’assenza da cui muoversi verso l’esterno, con un’espansione infinita. Sarà il suo ultimo romanzo, il più ambizioso e il più completo, il più vero perché il più vissuto, e insieme il più immaginario, perché re-inventato.
Estate artica (Edizioni e/o, pagg. 388, euro 18, traduzione di Fabio Pedone),di Danon Galgut, è il romanzo della vita di Forster, un racconto di differenze e di distanze e di ponti gettati al fine di colmarle. È anche una storia di disperata solitudine, resa da Galgut con maestria. Il titolo rimanda al libro incompiuto di Forster citato all’inizio, ma indica altro: il senso di luce fredda, di spazi bianchi propri di quella stagione e di quel clima. Nulla si muove, il cielo è sgombro, neve e ghiaccio le uniche cose vive. Eppure il sole splende.