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I fought the law and the law won. I figli sono pezzi di cuore, ma poi crescono

Testata: Winter aubergine
Data: 20 agosto 2015

Da Wikipedia, sotto la voce Nero mediterraneo, nella pagina che definisce il Noir:
Massimo Carlotto ha definito il noir mediterraneo come una percezione nata dal “senso di appartenenza che molti autori hanno sentito verso la propria terra, portandoli quindi a raccontare gli aspetti meno piacevoli. Il noir mediterraneo inteso come tale è figlio di quel giornalismo d’inchiesta che è stato (almeno in Italia) distrutto da un oggetto incredibilmente efficace: la querela.”
Aldilà della vaga polemica, ritengo che la definizione di percezione nata dal senso di appartenenza che molti autori hanno sentito verso la propria terra, portandoli quindi a raccontare gli aspetti meno piacevoli calzi perfettamente al romanzo di cui mi accingo a parlare, ovvero I figli sono pezzi di cuore di Giorgia Lepore; tuttavia, mi sento di precisare che la terra, nel romanzo, assume anche l’accezione più ampia di retroterra, ovvero di cultura, storia personale, leggi non scritte alle quali, volenti o nolenti, si deve per forza rendere conto.
Per certi versi, mentre leggevo, mi è tornato alla mente il film “La Terra” (anch’esso ambientato in Puglia), forse il miglior noir che mi sia capitato di vedere, che racconta la storia di un professore, Luigi di Santo, a cui capita di dover ritornare al paese natìo dopo essersene distaccato in maniera abbastanza brusca e drammatica, e si ritrova a dover fare i conti con tutto il contesto che aveva lasciato, finendo per essere riassorbito dal suo ambiente di provenienza.
Come Luigi, Gerri, il protagonista del romanzo, è uno sguardo straniato: di origini rom (popolazione nomade, ma con un forte senso del clan), abbandonato dalla madre naturale, adottato da un prete quantomeno anticonvenzionale e da una figura simil-materna che insegue per lui una normalizzazione che non avverrà mai (e che anzi si rivelerà altrettanto traumatica e “scollante” dell’abbandono stesso), il nostro è un ispettore di polizia che, attraverso l’indagine che si trova ad affrontare, arriva a capire (e forse anche ad accettare) uno stato di cose all’apparenza immutabile, semplicemente perché come singolo non è abbastanza forte per disvelare dei meccanismi talmente intrinseci alla compagine sociale da essere considerati normali; e le indagini fanno presto a trasformarsi nello scontro tra due tipologie di legge, quella formale e istituzionale e quella ancestrale (materna? Matrigna?), interna al gruppo, dal quale Gerri, proprio per sua costituzione, si esclude ed è escluso.
Il fatto è che, a differenza di Luigi, Gerri non ha nessuna terra a cui ritornare, e forse è proprio questo che rende il suo sguardo particolarmente pulito, anche se, forse, troppo nevrotico per essere lucido; e, sempre diversamente da Luigi, per il quale la verità corrisponde a una riscoperta delle sue radici e al rendersi conto che la vita che si era costruito altrove consisteva sostanzialmente in una fuga dal suo sangue, la verità finale a cui approda Gerri altro non è che la completa accettazione della sua condizione di apolide esistenziale; e il nostro arriva a tale conclusione con sportività, ironia e forse addirittura una pacata leggerezza.
Nel bellissimo finale sembrerebbe quasi che Gerri goda del suo nuovo senso di solitudine, e noi con lui, anche perché è impossibile non avvertire gli scarsi legami sociali instaurati dal nostro come imposti da aspettative altrui (seppure in buona fede, come nel caso della famiglia Marinetti) o comunque forzati, coatti, nel complesso poco spontanei, dettati più da una nevrosi che da un vero e proprio bisogno; e mentre Gerri si gode la sua nuova forzata libertà, con tutte le perdite e le acquisizioni (e, ribadisco, consapevolezze) che questa comporta, non fa male vedere come il contesto sociale s’impiastri ancora di più nel suo pantano di debiti, crediti, favori, inganni e ipocrisie.
In conclusione, credo che ciò che rende I figli sono pezzi di cuore un buon libro sia proprio una visione estremamente personale non solo del genere narrativo e della società e della vita, ma anche di un uso del suddetto genere per descrivere una data società e un dato modo di vivere; e, insomma Giorgia Lepore non è soltanto una brava scrittrice, ma un’autrice che non vedo l’ora di incontrare di nuovo.
(in verità, volevo scrivere un qualcosa a commento di questo, ma dato che mi veniva fuori solamente una sequela spaventosa di insulti, mi sembrava un atto più produttivo e allineato con la mia visione delle cose concentrarmi su un qualcosa che mi è piaciuto, e molto, e su un’autrice che non si lagna ma si rimbocca le maniche e segue le sue inclinazioni. Alla faccia degli intellettuali piagnoni)


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