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IL PRINCIPIO di Jérôme Ferrari (un estratto)

Autore: Massimo Maugeri
Testata: Letteratitudine
Data: 10 novembre 2016
URL: https://letteratitudinenews.wordpress.com/2016/11/10/il-principio-di-jerome-ferrari/

Pubblichiamo le prime pagine del romanzo IL PRINCIPIO di Jérôme Ferrari (Edizioni E/O – traduzione dal francese di Alberto Bracci Testasecca)

Il nuovo romanzo del vincitore del Premio Goncourt 2012. La straordinaria storia di una scoperta fondamentale della fisica contemporanea.

POSIZIONI

POSIZIONE 1: HELGOLAND

A ventitré anni, su quell’isolotto desolato in cui non spuntano fiori, per la prima volta le è stato dato di guardare oltre la spalla di Dio. Nessun miracolo, naturalmente, e in realtà niente che somigliasse da vicino o da lontano alla spalla di Dio, ma per riferire ciò che è successo quella notte possiamo scegliere soltanto, nessuno lo sa meglio di lei, tra la metafora e il silenzio. Per lei è giunto prima il silenzio, e lo stordimento di una vertigine più preziosa della felicità. Non riusciva a dormire. Seduto in cima a una scogliera aspettava che sul mare del Nord sorgesse il sole. Oggi la immagino così, con il cuore che batte nella notte sull’isola di Helgoland, così vivido che potrei quasi toccarla, proprio lei, professore, il cui nome, perduto nel grigiore di un’interminabile bibliografia in mezzo a tanti altri nomi tedeschi, all’inizio indicava per me solo un principio strano e incomprensibile. Da tre anni, a Monaco, Copenaghen e Göttingen, si dibatteva in problemi così tremendamente complicati che persino il giovanotto candido e ottimista che era allora dovette talvolta, come i suoi compagni di sventura, maledire il giorno in cui aveva avuto l’idea bislacca di impicciarsi di fisica atomica. Sempre di più gli esperimenti davano risultati non solo incompatibili con le conoscenze assodate della fisica classica, ma per giunta scandalosamente contraddittori, risultati assurdi eppure inconfutabili che impedivano di farsi un’idea o una qualche immagine un minimo sensata di ciò che succedeva all’interno di un atomo. Ma sull’isola di Helgoland, in cui era venuto con la faccia devastata dalle allergie per proteggersi dal polline e forse dalla disperazione, ha capito che il tempo benedetto delle immagini era tramontato per sempre, così come accade per il tempo dell’infanzia: ha guardato oltre la spalla di Dio e, attraverso la sottile superficie materiale delle cose, le è apparso il luogo in cui la materialità si dissolve. In quel luogo segreto, che non è neanche un luogo, le contraddizioni vengono abolite insieme alle immagini e alla loro familiare sostanza; in quel luogo non rimangono vestigia del mondo descrivibili nel linguaggio degli uomini, c’è solo la forma pallida dei matematici, silenziosa e temibile, c’è la purezza delle simmetrie, lo splendore astratto della matrice eterna, tutta l’inconcepibile bellezza cha da sempre aspettava di rivelarsi ai suoi occhi. Senza la fede nella bellezza forse non avrebbe trovato la forza di condurre la sua mente, come l’ha condotta senza requie per tre anni, fino ai limiti estremi in cui l’esercizio del pensiero diventa fisicamente doloroso, ed era una fede così profonda che né la guerra né l’umiliazione della sconfitta né i sanguinosi soprassalti delle rivoluzioni abortite erano riusciti a far vacillare. Aveva dodici anni la prima volta che ha visto suo padre in divisa, e la punta metallica dell’elmetto deve averle evocato il pennacchio spaventoso degli eroi achei. Al momento della partenza, quando suo padre si è chinato per dare un bacio ai figli, cioè a suo fratello Erwin e a lei, Werner, non ha forse sentito un brivido per il soffio epico della Storia che davanti ai suoi occhi aveva trasformato il professor August Heisenberg in guerriero? Alla stazione gli addii, i canti, le lacrime e i fiori esprimevano qualcosa di più elevato della gioia ingenua o brutale, esprimevano la certezza di condividere un destino comune che esigeva si corresse il rischio di sacrificargli la vita perché era da lui che ogni vita individuale traeva valore e senso, esprimevano la sensazione esaltante di non essere altro che la parte materiale di un tutto spirituale e grandioso e, guardando partire suo padre e i suoi due cugini, forse ha rimpianto di essere troppo giovane per andare con loro. Ma il primo cugino è morto, e quando l’altro è tornato in licenza lei non l’ha riconosciuto. Ha intuito allora qual è talvolta il prezzo del guardare oltre la spalla di Dio? Poiché Dio, qualsiasi cosa indichi questa metafora, è anche maestro dell’orrore ed esiste una vertigine dell’orrore, forse più potente di quella della bellezza. È la vertigine che coglie gli uomini di fronte alle membra mozzate, al puzzo dei cadaveri fusi nell’argilla con grumi di vermi che colano dalle ferite come una pasta viva e l’occhio rosso dei topi annidati nell’ombra dei petti squarciati, e più ancora di fronte alla profondità degli abissi che ospitavano senza saperlo. Nel tendere la mano verso il fucile durante le notti di trincea si riconosce un gesto arcaico, infinitamente più vecchio della Storia, un gesto primordiale e selvaggio la cui essenza non è stata alterata da granate, gas, carri armati, aerei e da tutti gli altri progressi della modernità, perché niente la altererà mai. Correre a perdifiato, cadere di faccia guardando il proprio sangue scorrere a fiotti, aspettare con angoscia l’appa- rizione di tracce bianche di cervello. Ma c’è solo sangue, e il tenente Jünger si rimette in piedi e ricomincia a correre con il cuore traboccante di un’ebbrezza da cacciatore, aspettando l’estasi del momento in cui il volto del nemico sorto dalla terra apparirà nella sua nudità e avrà finalmente inizio la tanto desiderata lotta, amorosa e mortale, dalla quale uno dei due non si rialzerà.

(…)