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Oltre la spalla di Dio

Autore: Vincenzo Barone
Testata: Il Sole 24 Ore
Data: 27 novembre 2016

Alla fine di maggio del l925 Werner Heisenberg. giovane promessa della fisica teorica, è colto da una violenta allergia da polline. Per superarla si rifugia a Helgoland, una piccola isola brulla nel Mare del Nord, portandosi dietro gli appunti su cui sta lavorando e il Divano occiddentale-orientale di Goethe. Nei dieci giorni successivi, in quell'angusto e remoto pezzo di terra privo di vegetazione, nasce la meccanica quantistica. È l'episodio evocato nel folgorante incipit dell'ultimo romanzo di Jérome Ferrati (già vincitore del Premio Goncourt 2012), Il principio: («A ventitré anni, su quell'isolotto desolato in cui non spuntano fiori, per la prima voltale è stato dato di guardare oltre la spalla di Dio. Nessun miracolo. naturalmente, e in realtà niente che somigliasse da vicino o da lontano alla spalla di Dio, ma per riferire ciò che è successo quella notte possiamo scegliere soltanto, nessuno lo sa meglio di lei, tra la metafora e il silenzio».

A dialogare a distanza con Heisenberg è uno studente di filosofia (alter ego dell'autore), che, alla vigilia della caduta del Muro di Berlino, deve affrontare un esame universitario sulle opere filosofiche dello scienziato tedesco. L'esame andrà male, ma il giovane, abbandonati gli studi umanistici e diventato un uomo d'affari, proseguirà nella sua frequentazione ideale del fondatore della meccanica quantistica, continuando a interrogarlo e a confrontarsi con lui. Il racconto che ne viene fuori ha una struttura discontinua, per balzi temporali, e non potrebbe essere diversamente, dato che «la nuova fisica [...] ha fatto esplodere tutte le linee continue in una serie spezzata di avvenimenti discreti separati da oscuri baratri» e «forse neanche la linea del tempo è stata risparmiata». Saltando da uno stato quantico a un altro, incontriamo gli Heisenberg succedutisi nel tempo: lo scienziato insigne e celebrato, il patriota fedele alla Germania di Hitler, il leader del progetto nucleare nazista, il prigioniero a Farm Hall (dove i fisici tedeschi apprendono di essere stati battuti dagli americani nella corsa alla bomba atomica). Fino al Werner Heisenberg precocemente invecchiato del Dopoguerra, che riflette sul destino della scienza e dell'umanità: memorabilmente e splendidamente rappresentato, è il suo incontro con Heidegger, nel 1953 a Monaco, dove i due - alla presenza di un altro grande e discusso intellettuale tedesco, Ernst Junger - riflettono sulla tecnica (non più «prodotto di sforzi umani consapevoli», dirà Heisenberg, ma «evento biologico su larga scala ... per sua natura sottratto al controllo dell'uomo»).

Oltre la spalla di Dio, nei giorni di Helgoland, Heisenberg scopre che la realtà, nei suoi aspetti più profondi, è inconcepibile nei termini della fisica tradizionale e dell'esperienza comune; si rende conto, con la disinvoltura tipica della giovinezza ma non senza una certa inquietudine, che «non rimangono vestigia del mondo descrivibili nel linguaggio degli uomini, c'è solo la forma pallida dei matematici, silenziosa e terribile, c'è la purezza delle simmetrie,lo splendore astratto della matrice eterna». Due anni dopo, tenta di rendere rutto ciò "visualizzabile" (anschaulich) con il suo principio di "indeterminazione", o di "incertezza" (Unbestimmtheit è il termine originale tedesco), che dà il titolo al romanzo: la posizione e la velocità di una particella (e altre coppie di grandezze coniugate) non possono essere misurate simultaneamente con assoluta precisione; determinare esattamente l'una significa condannare l'altra alla totale vaghezza. Non si tratta di un impedimento sperimentale, ma di un limite intrinseco della natura e degli stessi concetti che usiamo per rappresentarla: una scoperta difficile da esprimere a parole, che «si rende di colpo comprensibile in un'equazione talmente semplice e concisa da mascherare la propria tossicità».

Sarebbe stato comodo, ma certamente banale, costruire una narrazione attorno alle tante suggestioni che parole come "indeterminazione" o "incertezza" (incastonati peraltro nella più enigmatica delle teorie fisiche) possono suscitare. Ferrari è scrittore troppo raffinato per cadere in questa trappola; né d'altronde si può pensare che il mondo degli atomi straripi a tal punto da scolorire e rendere sfumato tutto, compresi i pensieri, che possono essere perfino contraddittori, ma non sono indeterminati». Il principio non è lo svolgimento di una metafora, ma un discorso sulle metafore, come unica alternativa che si offre a chi, guardando in fondo alle cose «si rifiuta di risolversi al silenzio ». Il vero tema del libro, in altri termini, è il linguaggio. Heisenberg è lo scienziato che più di qualunque altro ha inteso la propria ricerca - in maniera costante e sistematica - come un'esplorazione delle potenzialità e dei limiti del linguaggio, e il romanzo di Ferrari, sofisticato come il suo soggetto, e tuttavia ricco di pathos e di umanità, ce lo ricorda molto bene.

A Gottinga, in occasione del loro primo incontro, Bohr spiega al giovanissimo Heisenberg, ancora studente, che la sua vocazione di fisico è anche una vocazione di poeta, perché nel mondo degli atomi il linguaggio va usato come nella poesia, per creare immagini e stabilire connessioni. Heisenberg capirà presto che non si può pretendere che la realtà si lasci «ammansire dai concetti familiari del linguaggio degli uomini» e che bisogna pertanto, come fanno i poeti, («Superare all'infinito le risorse della lingua per dire ciò che non può essere detto». Le pagine più affascinanti del suo saggio filosofico del 1942 rimasto inedito, Ordinamento della realtà, sono dedicate proprio a questo tema. Ogni conoscenza, osserva Heisenberg, ha un carattere "oscillante" tra due estremi complementari e simultaneamente irrealizzabili: la precisione dei concetti e la loro pregnanza, la concatenazione logica e la vivezza della parola, l'idealizzazione e la realtà. Alla fine, delle cose ultime non si può che parlare per metafore, o con l'astrazione matematica, anch'essa in fondo una sorta di metafora.

Recitano i versi del mistico sufi Al Niffari, posti in esergo al romanzo: «Tra la parola e il silenzio c'è un istmo in cui si trovano la tomba della ragione e la tomba delle cose». È il territorio in cui Heisenberg si è inoltrato con il suo principio e, in un certo senso, lo scenario di tutta la sua vita, che Ferrari ci restituisce informa narrativa con grande sensibilità.