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Dentro il frutto dell'Occidente l'osso amaro della sconfitta

Autore: Antonio Scurati
Testata: La Stampa
Data: 28 agosto 2017

Un gigantesco complesso di colpa ancora tormenta gli europei a settant'anni dalla fine della Seconda guerra mondiale - allorché la nostra civiltà si suicidò nella distruzione degli ebrei d'Europa e dell'Europa stessa - e li paralizza di fronte all'aggressione dei nuovi nemici che li attaccano da un vicino Oriente sconfinato in nome di un islam traviato. Gli effetti di questo complesso psico- storico possono essere osservati nell'inerzia in cui la società europea ricade dopo ogni nuovo attentato terroristico ma, nei suoi vertici letterari, questo senso di colpa epocale si manifesta nel malinconico struggimento per la Storia, cioè nel desiderio inappagabile di quel modo tipicamente europeo di vivere il tempo da cui gli europei d'inizio millennio si sentono finalmente affrancati e di cui, però, si sentono, simultaneamente, deprivati.

Il rapporto con il passato - e dunque con il futuro - assume così il peso insopportabile di un debito inestinguibile con la Storia, immaginata come un progenitore mitico e mostruoso che abbiamo rinnegato ma di cui non cessiamo di sentirci orfani e indegni. L'ultimo romanzo di Laurent Gaudé, Ascoltate le nostre sconfitte (edizioni e/o, pp. 208, € 16,50, in libreria il 21 agosto) è un affresco potente di questa condizione d'impotenza.

Sull'orlo del baratro

Gaudé, già vincitore del premio Goncourt nel 2004, mette in scena questo dramma della Storia perduta giocando su due campi separati, su più piani temporali e con numerose linee narrative che in principio appaiono meramente giustapposte, accostate per semplice contiguità senza nessi narrativi o logici forti ma che in seguito si concatenano fino a generare un vero e proprio intreccio grazie a un vertiginoso montaggio parallelo.

Nel campo dei personaggi «viventi» si muove un terzetto di individui «sull'orlo del baratro »: Assem Graieb, disciplinato e leale agente segreto francese, cacciatore di nemici dell'Occidente, killer professionista impegnato da decenni in missioni di eliminazione in territorio ostile; Marwan. archeologa irachena, in forza all'Unesco, specializzata nel recupero di reperti trafugati dai musei di un Medio Oriente straziato dalla barbarie dell'Isis; Sullivan Sicoh, soldato d'élite statunitense, anch'egli addestrato a missioni oltre le linee nemiche, già membro del commando che elimina Bin Laden ad Abbottabad e ora disertore del proprio campo, perduto in un oscuro e sinistro traffico di reliquie, a capo di una banda di derelitti combattenti di guerre e rivoluzioni tradite.

Eredi e diseredati

Marwan, Assem e Sullivan sono tutti, a diverso titolo, «giunti al punto in cui un uomo vacilla sulle proprie certezze», superstiti di una «capitolazione interiore», reduci di una «frattura impercettibile» che li estranea al loro mondo; e sono tutti «uomini d'ombra» che inseguono sotto copertura il fantasma della «grande Storia» - mitizzata come attimo di luce meridiana in cui il corso degli eventi si decide in modo fatidico e i destini si assegnano irrevocabilmente - di cui si sentono al tempo stesso eredi e diseredati.

Per Assem e per Sullivan, combattenti di un conflitto oscuro e interminabile che li invia da decenni a uccidere o proteggere uomini nell'impossibilità di «capire se stiano vincendo o perdendo», campioni ingloriosi di un mondo in cui «si regolano i conti nella vigliaccheria della notte», il bando dalla Storia si manifesta come condanna a combattere una guerra totalmente spettrale, il conflitto di un'epoca in cui si ha la sensazione di essere in guerra perfino passeggiando per le pacifiche vie di Parigi ma in cui «la Francia non è né in guerra né in pace, in cui la minaccia è diffusa e permanente » e si è dunque condannati a chiedersi retoricamente «quale può mai essere la vittoria?».

Annibale e Hailé Selassié

Nell'altro campo narrativo di questo romanzo ancipite, Gaudé ci narra quella «grande Storia » cui tutti i suoi personaggi confinati nella piccolezza cronachistica del presente anelano. L'autore francese lo fa sbozzando tre ritratti memorabili di tre giganti della lotta per la storia - Annibale, il generale Grant, Hailé Selassié - colti in quegli istanti fatidici in cui, secondo Gaudé, qualunque sia l'esito della battaglia, gli uomini che la combattono su entrambi i fronti «finiscono sempre per essere battuti». Ma è proprio in queste pagine che il romanziere Gaudé, entrando in conflitto con la parte di sé ceduta all'ideologia decadente della sconfitta universale propria del cittadino europeo di terzo millennio, rivela se stesso.

Per quanto, infatti, il Gaudé antibellicista e malinconico si costringa a denunciare la guerra epica dei legionari romani o dei soldati confederati come «immonda carneficina», sprofondata nell'orrore bianco di ammazzamenti compiuti con «il tedio di gesti ripetuti», il romanziere di razza che è in lui, nel raccontarla, scrive pagine mirabili proclamando la netta superiorità narrativa del passato epico su un presente altrettanto efferato ma molto più prosaico. Nonostante ciò, rievocando con tono luttuoso Zama, Mai Ceu o l'assedio di Atlanta - battaglie che scandirono la nostra supremazia - Gaudé rimastica il frutto dell'apogeo occidentale fino a sputare l'osso amaro di una sconfitta. Sì, perché il disagio nei confronti di sé stesso, che l'autore condivide con i suoi personaggi, è il segno indubitabile di una sconfitta. Intanto, mentre il senso di colpa degli scrittori europei proibisce loro di godere anche solo del proprio grandioso passato, la bestialità dell'Isis avanza su Palmira trasformando, grazie a un fervore cieco e malvagio, ossa orrende in sacre reliquie. Ascoltate le nostre sconfitte risuona così, in questo crepuscolo infinito di un popolo che ha perso l'orgoglio sovrano di sapersi figlio della propria storia, come il canto struggente di chi pianga sulle proprie vittorie.