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"Servono alcol e nostalgia per sopravvivere alla Siberia"

Autore: Leonardo Martinelli
Testata: La Stampa - Tuttolibri
Data: 14 ottobre 2017

«Steso con la testa su due cuscini, guardo scorrere le betulle, centinaia di migliaia di ombre bianche». Mathias, uno dei protagonisti di L'alcol e la nostalgia, viaggia attraverso la Russia, a riportare il cadavere di Volodia nella sua Siberia, la testa piena dei ricordi comuni di una vita a tre: loro due e Jeanne, misteriosa e sensuale. Da Mosca la donna l'ha chiamato in piena notte, a Parigi, per annunciargli la morte dell'amico comune. E ora si ritrova lì, sul treno, a scortare un corpo esanime. E a rimembrare. Anche l'autore, Mathias Enard, è salito davvero sulla Transiberiana, chiuso «in quella gabbia panoramica con vista sulla campagna». Enard dalle mille vite: 45 anni, ha studiato storia dell'arte e e poi arabo e persiano. Viaggiatore infaticabile, ha vissuto lunghi periodi nei posti più impensabili, perfino nel Sud della Siria a insegnare il francese. Avido di conoscenza e di cibo (proprietario di un ristorante libanese a Barcellona, dove vive dal 2000). Eccolo, una somiglianza fisica neanche troppo vaga con Honoré de Balzac. Massiccio e leggero, lirico e materiale.

Per tutti lei era l'orientalista e basta, capace di voli pindarici eruditi attraverso il Medio Oriente nel suo «Bussola», premio Goncourt nel 2015. Ma nell'«Alcol e la nostalgia» cambia scenario: com'era finito in Siberia?

«L'anno prima ero stato invitato dalle autorità russe a fare un viaggio in treno tra Mosca e Vladivostok. Eravamo una quindicina di autori di lingua francese. Ci si fermava in una città. E poi due giorni dopo, recuperavamo il treno per ripartire verso l'Est. Io, nel frattempo, preparavo un feuilleton radiofonico, come se ne facevano un tempo. Con me viaggiavano due attori franco-russi e un regista della radio France Culture. Scrivevo in diretta. E registravamo sul treno, nelle stazioni, nelle stanze d'albergo. In seguito ho adattato il testo. Ed è nato L'alcol e la nostalgia».

La Russia le era sconosciuta fino a quel momento?

«Mi aveva sempre appassionato da un punto di vista letterario, anche se era un Paese che conoscevo molto male. Quell'esperienza mi ha permesso di mettere un paesaggio su tanti libri».

Come al solito, il testo è denso di riferimenti alle sue letture. Quali sono stavolta?

«Per tutti l'inizio della letteratura russa è Tolstoj, comincia tutto lì. Poi Dostoevskij, anche se io non ne sono un fanatico. Le anime morte di Gogol' ha segnato la mia vita. E un autore che mi piace tantissimo è Vasilij Aksenov: Una saga moscovita, in particolare, la storia della Russia fino agii anni Sessanta attraverso una famiglia d'intellettuali. Mi sono nutrito anche dei ricordi dei deportati nei gulag: Varlam Salamov mi ha letteralmente sconvolto».

Ritorniamo al suo viaggio sulla Transiberiana, quello fisico.

«Sembrava di essere ancora nell'Unione sovietica. Lo aveva organizzato il ministero responsabile dei media. C'erano delle guide con noi».

Un ricordo particolare?

«Riguarda Eugène Savitzkaya, un immenso poeta e scrittore belga. Una notte il treno si è fermato (non si sa bene perché) in una piccolissima stazione. Siamo scesi sulla banchina. Lui indossava un pigiama: sembrava l'uniforme blu di un operaio cinese. Non aveva nient'altro. A un certo momento il treno ha ricominciato a muoversi. Ed Eugène è rimasto lì paralizzato, a guardarlo partire, da solo e in pigiama, in mezzo alla Siberia. Fortunatamente poi il convoglio si è fermato dopo un centinaio di metri. Gli abbiamo urlato di correre e lui è saltato sopra».

Chi sono i protagonisti, Mathias, Volodia e Jeanne?

«Mathias in radio aveva la mia voce: mi assomigiia. Da Parigi era arrivato a Mosca per raggiungere Jeanne, ma ritrovandosi anche con Volodia. I tre formano un triangolo amoroso, dove tutte le combinazioni sono possibili. Sviluppano una passione esclusiva, vivono fuori dal mondo, in mezzo alla droga, le sbornie, la violenza e i cambiamenti generati dalla fine dell'era sovietica. Attraverso la loro storia, il romanzo racconta la fine del ventesimo secolo».

C'è un po' di Claudio Magris in questo e negli altri suoi librì?

«Si, mi ha influenzato molto. Riesce a gestire in modo magnifico quel miscuglio di romanzo, saggio, cronaca di viaggio e poi di sapere, conoscenza, letteratura, storia, che è anche il mio approccio. Magris ha una grande conoscenza di luoghi e momenti che sono alla frontiera di due mondi, nel suo caso tra il Mediterraneo e la Mitteleuropa di fine Ottocento».

Gran parte della storia di «L'alcol e la nostalgia» si svolge nello scompartimento di un treno. Anche in «Bussola», il giovane orientalista e musicologo Franz Ritter è chiuso nella sua stanza, una notte d'insonnia, e divaga tra Occidente e Oriente. C'è qualcosa di simile...

«È vero. Un libro rappresenta un confinamento: un'oggetto minuscolo, che diventa sempre più grande tra le mani del lettore. Il libro ti rende prigioniero attraverso la lettura. Ma al tempo stesso ti trasporta altrove».

Nel girovagare, che è stata la sua vita, ha fatto tappa, in due momenti diversi, a Venezia e poi a Roma, dove è rimasto per un anno alla Villa Medici. Che ricordi ha?

«Due esperienze differenti. Venezia per me è la città degii studi e della nebbia. Ogni giorno andavo a piedi all'università. Non si sentiva il rumore di una macchina: mi sembrava di essere uno studente del Medioevo. Venezia vive del turismo e del sapere: una bella metafora dell'oggi».

E Roma?

«Il peso del passato è talmente forte che i suoi abitanti hanno difficoltà a vivere l'oggi. Non riesce ad avere dei traspo1ti pubblici decenti, perché, ostaggio del suo passato glorioso, non può comportarsi come una normale città del ventunesimo secolo. Al di là di tutto, comunque, la amo».

In Siria ci è mai ritornato?

«Dal 2011 ormai non più. Ci ho vissuto dal 1995 al '99, prima a Damasco, poi nel Sud, ad As-Suwayda, tra le montagne basaltiche dei drusi, che sono molto accoglienti. Tutti allora speravamo in un'uscita (ma non sapevamo bene come) dal regime degii Assad. Ma nessuno poteva prevedere la guerra civile che è venuta».

Ha una capacità a ritrovarsi sempre accanto alla storia con la esse maiuscola. Oggi vive a Barcellona...

«In questo caso, se ci fosse stato un referendum organizzato dallo Stato, corretto e trasparente, è probabile che l'indipendenza non sarebbe stata l'opzione della maggioranza degli elettori. E forse la Catalogna sarebbe finalmente passata ad altro».