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La sconfitta nascosta in ogni vittoria

Autore: Fabio Gambaro
Testata: La Repubblica
Data: 6 novembre 2017

Per riposare in pace, gli eroi, le cui vite si riducono spesso a una lunga scia di sangue, devono avere coscienza che la vittoria in fondo non esiste. Di fronte alla morte infatti il senso di sconfitta è lo stesso per tutti, vincitori e vinti. Ce lo insegnano le traiettorie di Miriam e Assem. i protagonisti di Ascoltate le nostre sconfitte, il nuovo bellissimo romanzo. di Laurent Gaudé, un autore che in Italia meriterebbe di essere meglio conosciuto. La prima è un'archeologa irachena che lavora per l'Unesco, tentando di salvare l'immenso patrimonio del suo paese messo in pericolo dalle guerre, dai saccheggi e dalle devastazioni dello Stato Islamico. Il secondo è un agente dei servizi francesi incaricato delle missioni più segrete e delicate. Le loro strade s'incrociano per una notte a Zurigo. Una notte d'amore senza futuro, eppure decisiva per entrambi e il cui ricordo li accompagnerà nelle prove difficili che dovranno affrontare. Per lei, la battaglia contro la malattia che le distrugge il corpo, cui si accompagna il senso di sgomento di fronte alle immense difficoltà della sua missione. Per lui, la caccia a Sullivan Sicoh, ex delle forze Speciali americane che dopo aver partecipato all'eliminazione di Bin Laden ad Abbottabat «è andato troppo oltre».

Un po' come in Apocalipse Now di Coppola, e prima naturalmente in Cuore di tenebra di Conrad, anche per Assem il viaggio verso Sullivan rimetterà in in discussione certezze e convinzioni. Più si avvicinerà a lui, più ne capirà la follia e più aumenteranno i suoi dubbi sulla missione e sul senso di una guerra ridotta a una interminabile sequenza di esecuzioni. Ascoltate le nostre sconfitte è tutto costruito sullo sfondo della cronaca terribile di questi nostri anni, dall'invasione dell'Iraq alla creazione dello Stato Islamico, dalla morte di Gheddafi alla distruzione di Palmira, dalle primavere arabe all'attentato al museo del Bardo di Tunisi. Come già in passato, lo scrittore francese - vincitore del Premio Goncourt con Gli Scorta e autore di pièce teatrali, oltre che di romanzi tradotti in tutto il mondo. tra cui La morte di Re Tsongor, Eldorado o Uragano - affronta di petto i drammi e le contraddizioni del nostro tempo. Qui però alla trama del presente al cui interno si muovono i due protagonisti, intreccia altre vicende provenienti da un passato remoto gravido di guerre e tragedie. Ecco allora Annibale che sul campo di Canne, in un solo giorno, lasciò 45mila cadaveri romani. Oppure Grant, il generale unionista vincitore della guerra contro i confederati, che nella battaglia di Cold Harbor spedì al massacro settemila uomini in sette minuti. O ancora Hailè Selassiè, che si oppose invano alla violenza delle truppe mussoliniane per poi finire molti anni dopo rovesciato da un colpo di Stato. Grazie a un montaggio perfetto, il passato e il presente s'alternano fluidamente, dando luogo a una fitta rete di richiami. È a Ginevra per esempio che Assem riceve le indicazioni per la sua missione, la stessa città in cui Hailé Selassié sconfitto pronunciò davanti alla Società delle nazioni un vibrante discorso per denunciare l'imperialismo fascista di Mussolini e la codardia del mondo occidentale. Oppure è a Cartagine che Miriam riceve la notizia della conquista di Palmira da parte dei fanatici dello Stato Islamico, esattamente dove Annibale vide bruciare la flotta punica.

Il romanzo è percorso dall'indignazione e dal furore, ma anche dalla pietà per tutti coloro che hanno combattuto e hanno perso. Soprattutto è un libro sui dubbi che assalgono i combattenti di fronte a un campo di battaglia cosparso di cadaveri. «Abbiamo vinto le battaglie che ci hanno chiesto di vincere, ma io e lei sappiamo di essere noi i vinti, lo sentiamo dentro, qualcosa è andato troppo oltre o ha perso senso», dice alla fine Sullivan, dando voce all'inevitabile senso di orrore che si prova davanti allo spettacolo di devastazione e morte della guerra. Ecco allora l'invito dì Gaudé a ricordarsi di coloro che hanno perso, «non perché lo abbiano meritato, non per i loro errori o per la mancanza di discernimento, o perché siano stati più orgogliosi o più pazzi di altri». No, se sono stati sconfitti, è solo perché in fondo «la vittoria non esiste», come sanno anche i generali con un minimo di coscienza. Lo sanno da sempre, sanno «di essersi spinti troppo lontano, di essersi persi troppo a lungo perché possa esserci vittoria».