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Con Enard alla scoperta dell'anima russa

Autore: Fulvio Panzeri
Testata: Avvenire
Data: 2 febbraio 2018

Con i romanzi Zona e il più recente Bussola lo scrittore francese Mathias Enard si è imposto come uno tra i più importanti autori europei di oggi, per lo sguardo largo e ampio sui rapporti tra il pensiero occidentale e le altre culture. Dopo lunghi soggiorni in Medio Oriente, da una ventina d'anni Enard si è stabilito a Barcellona, dove insegna arabo. Se in Bussola lo scrittore indagava sui rapporti tra l'Occidente e le civiltà orientali, in questo romanzo breve - tradotto da Yasmina Melaouah - ci porta alla scoperta di una ambivalente e complessa, forse inesistente, anima russa, indagata in una traversata che giungerà fino alla Siberia asiatica, dove tutto è spazio infinito e morto e dove incredibilmente possono sorgere città, quasi ai confini del mondo.

Ne nasce una sorta di diario narrativo, sostenuto dal tema di un'amicizia amorosa che ha coinvolto in passato l'io narrante. I soggetti interessati sono tre: la persona che racconta e che ha lo stesso nome dello scrittore; una ragazza, Jeanne, che è stata la sua prima fidanzata negli anni giovanili a Parigi; Vladimir, il grande amico, che diventerà il compagno della ragazza. Il viaggio è l'accompagnamento funebre, quello del suicida Vladimir al suo villaggio natale, al limite estremo della Siberia. Il racconto si nutre di flash-back che portano in scena la nascita di questa amicizia, segnata da un senso di dissoluzione, tra alcol e droghe. Un legame che risulterà quasi indissolubile, come dimostra la volontà di chi racconta di non lasciare l'amico ormai senza vita, vivente però ancora nell'anima di chi gli è stato vicino. Rivolgendosi all'amico morto, l'io narrante scrive: «Sai, Vladimir, della Russia non sapevo niente eppure per colpa tua o grazie a te è diventata mio malgrado uno dei paesi che conosco meglio, di cui ho più percorso al tuo fianco gli spazi deserti, di cui ho frequentato i libri, i bar, i mercati, i viali interminabili di Mosca la terrificante».

Così il viaggio in treno diventa l'occasione per fissare lo sguardo sullo spirito russo, sui suoi fantasmi, sulla violenza che ha segnato i vari cambiamenti storici, tanto che spesso affiorano come spettri, da una Storia da non dimenticare, persone che diventano emblema di una scomparsa, persone non più ritrovate, il cui destino e la cui fine resta un mistero. Appaiono via via le enormi ferite dei deportati nei Gulag, la fine ingloriosa degli zar, le vastità dei paesaggi, le devastazioni della contemporaneità, le voci dei grand scrittori da Isaak Babel' a Dostoevskij, da Puskin a Cechov, che pur se poco citato, sembra il nume tutelare del libro, vista la ripresa di un suo racconto che restituisce il senso del titolo, in una sorta di scoperta che segue il viaggio, quella dell'illusorietà dell'esistenza di un'anima russa. Come in Cechov, emerge che «la famosa anima russa non esiste. Le uniche cose tangibili sono l'alcol, la nostalgia e la passione per le corse dei cavalli».