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SACHA NASPINI racconta LE CASE DEL MALCONTENTO

Autore: Sacha Naspini
Testata: Letteratitudine
Data: 1 marzo 2018
URL: https://letteratitudinenews.wordpress.com/2018/03/01/sacha-naspini-racconta-le-case-del-malcontento/

C’era l’idea di mettere le mani in un posto mio, tra quelli che mi hanno toccato, facendo il primo solco. A quarant’anni uno si diverte anche così: mappe. Ce n’era una giù, che abbaiava come una bestia viva. Mi piaceva il fatto di buttare sulla carta quella roba, perché toccava una geografia intima che però, a occhio, aveva la presunzione di portare con sé una creatura superiore (alla fine sono vivo e mi sporco nel mondo; vibrazioni spesse si avvertono anche da queste parti). Insomma, la chiamata arrivava da un luogo con un volto preciso: il borgo di Maremma da cui vengo, scavato là, nella roccia di una cresta che dalla notte dei tempi guarda la spianata delle acque marce; ma si vede anche il mare. Ecco il campo da gioco. Nella realtà si chiama Roccatederighi. Nel libro l’ho ribattezzato Le Case.

Ovvio: pensandolo nella prospettiva di un romanzo intuivo un territorio infame, dove sarebbe stato difficile restituire i simboli, la vocazione al vivere di una realtà minima. E piena di tutto. Corde sottilissime che d’un tratto cominciano a ronzare. Per diventare botte di cannone. Quindi la nebbia. Le Case del malcontento è nato lì. C’era un bel velo bianco, latte a tutto spiano. E un subbuglio indecente nello stomaco dello stomaco. Alla fine mi sono calato in quella zona e basta.

La prima stesura fu un approccio fatto in punta di spada. Tenevo un piede in salvo, sguainando gli strumenti dell’artigianato assorbito come uno scemo. Mi buttavo nella scrittura, ma stando sulla difensiva. “Forse c’è una storia bella” mi dicevo, e guardando solo da quella parte perdevo la voce, povero cretino, tutto concentrato nei giochi di trama. Quindi non scrivevo davvero: tagliavo una fetta sottile di qualcosa. Grattavo la crosta. Infatti non ero contento per niente, perché sotto le parole urlava un’occasione e io la ignoravo – ma forse si trattava solo di un passaggio necessario: un animale comincia a muoversi e neanche capisci da quale parte gli stanno nascendo le corna. La prima stesura fu come un colpo d’accetta. Di quelli dove la lama resta incastrata nella pancia del ciocco. Allora bisogna fare lo sforzo vero.

Un diario pazzo. Era venuto fuori un arnese del genere. Me lo rigiravo tra le mani, convinto di una vena che neanche capivo. Probabilmente mi sembrava di essere già in miniera, a scavare. La verità è che giravo intorno a un laghetto senza (non dico l’audacia di metterci un’unghia, ma almeno la curiosità di) sporgermi un pochino, per vedere l’immagine riflessa che ne usciva.

Era la storia di questo personaggio, Samuele Radi. Un avanzo di paese che se ne era andato nel mondo, per poi tornare con un carico da scontare. Il suo arrivo scatenava i mostri dei compaesani, belli e brutti. Samuele usciva di casa e registrava i segnali circostanti. Alla lunga prendeva corpo una storia con tantissime rimonte, che spostavano i confini del tema sempre più avanti (o indietro, o di lato, o boh). Il diario si chiudeva al 64 ottobre, mi sembra. Mi pareva un buon mucchio di pagine, scure da morire. Eppure c’era un germe che non me le faceva sentire oneste davvero. Loro restavano lì, mute, come pezzi di marmo appena sgrossati.

La seconda stesura nacque un giorno qualunque. Per “seconda stesura” intendo butta-via-tutto-e-riscrivi-da-capo. Può essere un dramma, perché il coinvolgimento rischia di perdere il morso, anche a distanza di tempo. E poi non è simpaticissimo mandare al macello duecento cartelle, ma a volte funziona così. Era arrivata questa piccola folgorazione: un corale. Mi dicevo: “Perché non lasci il personaggio principale indietro? Perché non porti tutti gli altri avanti? Forse sono loro che devono parlare”. E poi non mi ero mai misurato in quel senso, sul lungo respiro. Le Case del malcontento ha alzato la faccia dai nebbioni così, come intonando un canto. Prima una voce, poi eccone un’altra, un’altra, un’altra ancora… Ribaltando il diario, gli abitanti del borgo vecchio arrivavano sulle pagine in carne e ossa, raccontavano la loro storia e andavano via. Attivando un turbinio di trame e sottotrame che piegavano tutte a quel nucleo speciale, lo stesso che nel primo approccio avevo solo accarezzato: il sangue di una terra.

La Maremma era una cassa di risonanza stupenda. Intanto la monodia ammucchiava timbri su timbri. I simboli importanti seminati là, nei fatti di questi paesani incastrati nelle maglie di una provincia schiacciante: vendette, segreti inconfessabili. Ma anche boati di luce, scoppi d’amore. In questo nuovo piano di narrazione il ritorno di Samuele Radi arrivava come un veleno a rilascio lento, che pagina dopo pagina – storia dopo storia – sovvertiva le esistenze cristallizzate nel niente di tutti. C’erano momenti neri, o di tensione. La favola buia, l’affondo storico, il gotico, l’avventura, la vicenda romantica… La prima intuizione del libro non veniva solo rispettata: aumentava. Ma la cosa più bella mi sembrava questa: avevo l’impressione che il vero romanzo parlasse sotto le parole, uguale alle scosse di terremoto che di tanto in tanto richiamavo, facendo vibrare il masso dove avevo piazzato Le Case stesso. Che nel frattempo prendeva la forma che cercavo: il grido di un inconscio collettivo. Alla fine Le Case del malcontento è questo.

E poi contiene una costola del mio primo romanzo, L’ingrato (il maestro Calamaio torna in quel posto, insieme ad alcuni compagni di viaggio). C’è I Cariolanti – chi lo ha letto troverà richiami ovvi. E Le nostre assenze, a suo modo: i luoghi, ma anche una certa venatura sulla voce. Questo per dire che in buona parte ho cominciato a rispondere alla domanda che mi ponevo all’inizio di questo pezzo tanto tempo fa, e che a Le Case ha trovato requie (per due minuti), dando sfogo a questa piccola ambizione: scattare una fotografia dell’essere umano. Visto però da quella lente, da quello scorcio particolare, fatto di dettagli e sentimenti nudi, ridotti all’osso. Durante la scrittura sentivo crescere una compattezza affascinante: il libro stesso era Le Case. Offriva la possibilità di entrare in tante stanze. Alcune profonde, nascoste, se non murate proprio, da aprire a colpi di mazza. Fino all’ultima porta.