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Il popolo irredento di Naspini

Autore: Fulvio Panzeri
Testata: Avvenire
Data: 2 marzo 2018

Ci sono scrittori che s'impongono col libro d'esordio e altri che invece trovano una loro dimensione piena, facendo crescere, di libro in libro la tensione della propria scrittura. Quest'ultimo è il caso di Sacha Naspini, classe 1976, toscano, nato a Grosseto, che arriva dopo una decina d'anni e una serie di romanzi e racconti che già avevano messo in luce tutte le potenzialità della sua scrittura, al libro "maggiore", quello che non solo meglio lo rappresenta, ma che è in grado di porsi come il punto d'arrivo di una serrata ricerca, sia dal punto di vista stilistico, sia per quanto riguarda la visione morale di una contemporaneità alla deriva, in cerca di una salvezza che sembra per sempre negata. I suoi precedenti romanzi di forte intensità espressiva, tra i quali ricordiamo I Cariolanti del 2009 e Le nostre assenze del 2012 già mettevano in luce il tempo selvatico e agro di una Maremma sempre più amara e specchio delle desolazioni del presente, aggredita da fantasmi interiori e da un'infelicità accettata come segno di un destino che non concede requie e sembra stendersi sul mondo di uomini e donne travolti dall'inclemenza di un tempo e di una natura sospesi su un baratto, in balia di un'incertezza che fa diventare sempre più agra e instabile l'esistenza.

Sono tutti temi che Naspini affronta anche nel nuovo romanzo, in una forma nuova, legata all'ampiezza della narrazione, ma soprattutto a una struttura che si affida al racconto di vari personaggi, ognuno dei quali appare o riappare sulla scena per raccontare una propria amarissima verità, legata al contempo alla sua storia, ma anche al luogo simbolico dove abita, un paese scavato nella roccia, su una collinetta, con la Maremma che si stende sotto, un luogo immaginario e spettro delle solitudini non redente, lasciato all'abbandono di chi lo ha vissuto e tuttora lo vive, subendone i patimenti, le beffe del destino, gli sguardi cattivi della gente, corrosa da invidie, rancori covati nel tempo, impurità e segreti inconfessabili, beffe del destino.

Ogni voce viene identificata da Naspini, all'inizio del capitolo, col nome proprio del personaggio e con un'identificazione che lo caratterizza. Ognuna aggiunge particolari per dar corpo a un racconto lungo e corposo, cinquecento pagine, che ruota intorno alle vicende personali, ma trova anche un legame nella figura e nella storia di Samuele, ragazzo corroso nell'anima dai traumi dei continui abbandoni, sospettato di omicidio, che alla fine di questo attraversamento di Le Case e della sua realtà inclemente, giungerà a raccontare la sua verità, l'intimità del suo dolore, le folgori di una sorta di follia che sembra prenderlo nell'anima. Il suo racconto mette in scena tutto il dolore del mondo, lui da sempre guardato con sospetto, dopo essere stato alla mercé delle cronache televisive, sospettato dell'omicidio di una ragazza, già condannato e mai perdonato da quella provincia avvelenata che Le Case rappresenta, anche quando ritorna e vive da recluso nella casa in cui è stato cresciuto dalla nonna Esedra. Dice uno dei personaggi: «Le Case è un posto che ti chiude l'anima. Le Case è un cuore nero piantato in mezzo al pancione della Maremma, che si traveste piena di sogni», anche se un ghigno beffardo li spezza ineluttabilmente, lasciando con l'amaro in bocca e il senso di una vita sprecata in una propria astiosa solitudine. C'è chi fa una grossa vincita che potrebbe cambiare il resto della sua esistenza, ma poi perde la schedina vincente; chi, giovanissima, potrebbe diventare la moglie del Colonnello, ricchissimo, padrone di tutte le terre intorno a Le Case, che vedrà sfumare l' occasione fortunata e vivrà da esiliata nella sua casa; chi troverà la morte (e sono tanti) uscendo di strada da uno dei tornanti, andando a schiantarsi sugli uliveti di un marchigiano che si scoprirà non estraneo ai pericolosi sbandamenti. Ognuno cova un suo rancore, nel chiuso di una propria condizione da "anima morta".

Naspini mette in luce come la contemporaneità receda dai propri valori morali, per abdicare in favore di un'esistenza selvatica, quasi arcaica, dove l'umanità e il senso del perdono sembrano perduti, incattiviti da una malasorte che porta con sé un desiderio di fuga che sembra impossibile realizzare. «A Le Case la vendetta se la danno da soli. Il nero chiama il nero e loro strillano col silenzio di vite sciupate. Un silenzio becero come un boato che continua da millenni».

È un romanzo forte e potente questo che firma Naspini, uno degli esiti maggiori della narrativa italiana di questi primi decenni di secondo millennio, che porta lo scrittore a quel punto di perfetta incandescenza che aveva fatto intuire nelle opere precedenti e che qui trova una sorta di coerente equilibrio tra le voci narranti, quasi che la scena del romanzo fosse teatrale, e la struttura di una lingua che finalmente riprende la necessità di percorrere quelle strade, tra Gadda, Testori e D'Arrigo, di un'invenzione che riprende la naturalità delle parlate locali toscane e le riporta in un impasto che dà forza a una scrittura gonfia e selvatica, un italiano che trova i suoi nervi scoperti nella contaminazione con le vulgate, in grado di rendere ancora più acuto il senso di un durissimo malcontento, senza redenzione.