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Le foreste della Siberia tendono i rami ai naufraghi

Autore: Franco Cordelli
Testata: La Lettura - Corriere della Sera
Data: 18 marzo 2018

Il turismo come forma dell'antropologia contemporanea. Quale letteratura può corrispondervi? Non più gli scrittori-esploratori dell'antichità e del Medioevo, non più gli scrittori-viaggiatori della modernità. Nello stesso anno, nel 2011, sono usciti in Francia due libri il cui tema è la Siberia: L'alcol e la nostalgia di Mathias Énard e Nelle foreste siberiane di Sylvain Tesson. Un terzo libro siberiano è uscito cinque anni dopo, sempre in Francia, L'arcipelago della nuova vita di Andrei Makine, che in Siberia è nato ma che è diventato uno scrittore francese. Difficile pensare a una mera coincidenza. Si tratta cli una forma della mondializzazione della letteratura: non si possono più scrivere libri di viaggio, l'unico viaggio possibile è quello esotico. Alla fine del XIX secolo l'esotismo lasciava le sue tracce nel sud del mondo, nei Paesi caldi; al principio del XXI le rotte si sono invertite, il caldo non è più necessario, ce n'è fin troppo, allo stesso modo in cui ci sono troppi turisti - per le destre occidentali, turisti, o quasi turisti, una sottospecie di turisti, sono i profughi - dunque la necessità è di fuggire, dirigersi sempre più verso il nord, nella nostra fattispecie, verso il nord-est.

In Italia, quando l'anno scorso è stato ripubblicato L'isola di Sachalin, un libro che era ben noto - ricordo uno spettacolo tratto dal testo di Cechov e messo in scena da una compagnia di detenuti - si riscoprì non solo Cechov come viaggiatore (il suo fine non era fuggire, era anche raggiungere, conoscere, sapere di più sulle condizioni di vita dei prigionieri-carcerati in quell'isola, la più remota nello spazio), ma proprio la Siberia, la Siberia come luogo possibile, di transito e di viaggio, di lontananza dalla nostra vita quotidiana e di conoscenza dell'altro e di sé.

(...) Una solitudine a tre troviamo invece in L'alcol e la nostalgia. Questo libro precede il capolavoro di Enard, Bussola; ma se ne colgono bagliori. Innanzitutto, e ovviamente, nel tema del viaggio: in un viaggio da Milano a Roma in treno - un poco riscrivendo e modificando La modificazione di Michel Butor - consisteva già un precedente romanzo di Énard, Zona. Di viaggi sempre e comunque, per lo più in Oriente, è costellato Bussola: sono i ricordi dell'abbandonato e smarrito protagonista. Ciò che distingue questo breve libro è la misura lirica: davvero un poema letteralmente in prosa - quasi una nuova modificazione: del poema di Cendrars. Anche qui la donna si chiama Jeanne, è la donna che Mathias ha lasciato a Parigi. Non è ingenua e pura come la Jehanne di Cendrars non riusciamo a vederla altro che appesa per le scapole a tre uncini in un incessante esperimento masochistico. Quale la sua colpa? D'aver amato Vladimir, nello stesso momento in cui amava Mathias? D'aver amato l'uomo che ora giace in quella bara, su quel treno che attraversa la Siberia? Quell'uomo che l'amante tradito, l'amico Mathias, sta riportando a casa...

Le tappe, nel romanzo di Makine, le abbiamo intraviste: Perm, Ekaterinburg, Novosibirsk, il lago Bajkal. Nel romanzo-poema di Énard le vediamo meglio, benché sempre in modo sfuggente - la velocità del treno è quella della prosa. «D'inverno per fortuna le strade erano impraticabili, si arrivava nei lager del nord risalendo i fiumi ghiacciati trasformati in autostrade, oppure a bordo di un rompighiaccio, lassù, vicino allo stretto di Bering dove in tanti per un momento devono aver sognato di fuggire a piedi sul mare diventato un'unica distesa di ghiaccio fino in Alaska». Piange Mathias: «Tre matrioske infilate l'una nell'altra si sono separate, io ero la più piccola, ero la più piccola, Vladimir, approfittavo del calore di voi due, dimenticavo il mio vuoto interiore in quella cavità di amicizia». Il vuoto dell'odierno parigino, londinese, milanese, romano. «Alla fin fine poi le città non ci mangiano. Non ci inghiottono nelle loro viscere come Giona, non ci fanno sparire nella penombra di interminabili reticoli sotterranei, ci trasformano, sono loro che ci abitano e non l'inverso; modificano la nostra andatura, scandiscono i nostri passi, alterano il nostro eloquio, le nostre abitudini più intime. Forse si è davvero se stessi solo in campagna, in mezzo alle mucche, o nella cella di un monastero, oppure nello scompartimento di un treno tra due stazioni, gli occhi leniti dai fiocchi di neve». (...)