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Sacha Naspini "Con i canti sbilenchi porto la Maremma nella provincia americana"

Autore: Fulvio Paloscia
Testata: La Repubblica - Firenze
Data: 18 marzo 2018

C'è la pietra. La scorza dura della gente. C'è il buio delle strade strette su cui si affacciano portoni di legno sbrecciato che paiono custodire segreti indicibili. Ne Le Case del malcontento, il nuovo romanzo di Sacha Naspini, c'è l'umore nero della Maremma, che ha impregnato 450 mirabili pagine dove si intrecciano, con maestria dickensiana, le vite degli abitanti di un borgo - Le Case appunto - costruito a immagine e somiglianza di Roccatederighi, dove l'autore è nato. E ha vissuto i primi anni di vita. Ogni capitolo è il monologo di un personaggio, ma contiene legami sotterranei con storie che arriveranno o sono arrivate in questa Spoon River della palude Toscana. E la palude sembra tenere prigionieri i personaggi di un romanzo corale, prova di maturità di un narratore che aveva già avuto occasione di mostrare il suo talento. «Ho obbedito al richiamo di una voce specifica dove vibrano suggestioni ancestrali, la vocazione oscura alla vita - esordisce Naspini - L'ho trovata a Roccatederighi, sulla cui mappa ho disegnato quella del borgo immaginario. Una topografia interiore dove si muovono i personaggi, legati tra di loro da connessioni che sono l'occasione per affrontare valori universali guardati dal piccolo. Dal microcosmo al macrocosmo».

Come è riuscito a strutturare un materiale così vasto?

«Sono andato di pancia. E ho trovato una monodia a cui, a mano a mano si sono aggiunti nuovi canti sbilenchi (alcuni provenienti da altri miei libri), ognuno con un registro diverso. E un romanzo, questo, con un sottomondo che porta la scrittura alla matrice della terra, alla voce del sangue».

Lo ha costruito su una lingua fortemente espressiva. Anzi, espressionista.

«Non volevo l'inflessione linguistica maremmana tout court, ma mantenere la barra del timone sull'italiano e far passare la maremmanità da sotto le parole, evitando le scappatoie semplicistiche del colore locale».

Le Case del malcontento ha anche qualcosa di americano: i tormenti torbidi di Cormac McCarthy, gli ultimi di Steinbeck.

«Il meccanismo che spinge al gesto della scrittura viscerale parte dello stesso ceppo, poi si sviluppa con timbriche e colori diversi. Amo la letteratura americana e amo l'America del nulla agghiacciante, delle ghost town, dei paesi sperduti più pericolosi delle periferie, ma che fanno numero: basta vedere il loro peso alle elezioni».

Lei mostra di non temere il confronto con la grande tradizione letteraria.

«Non è una questione di confronto, ciò che mi ha costruito come uomo e come lettore vibra fin dalle mie prime prove di scrittore. Non si tratta di strizzare l'occhio che so, Verga così, per imitazione, ma di attualizzare. La domanda che mi pongo ogni volta che chiudo un romanzo è: da dove arrivano certi flussi che lo costruiscono? E dove vanno? Dove sto portando le tracce che Calvino, Tozzi, Bianciardi hanno lasciato in me, Fenoglio soprattutto con la sua capacità di evocare un mondo con poche pennellate?».

La Maremma qui è così importante da diventare un personaggio del romanzo. È raro che scrittori di oggi raccontino le radici identificandole in un luogo. Meglio l'astrazione.

«Scrivere per me non è guardarsi l'ombelico: con questo romanzo spero si capisca che sono venuto a patti con l'egomostro. Io voglio guardare fuori di me, senza perdere di vista il vissuto. Scrivere di luoghi che ne sono lontani mi pare metta in scena l'abilità tecnica dello scrittore, e non il gesto creativo. Per dirla con Foster Wallace, "guarda mamma, riesco a andare in bici senza mani"».

Il senso di maledizione è schiacciante.

«In quella dimensione trovo le chiavi emotive più vere. Forse è un limite, marni interessa osservare la vita da una feritoia. Perché noi maremmani siamo fatti così, col cuore d'oro ricoperto da pelo di cinghiale, il coltello del sarcasmo sempre tra i denti».

La fitta rete di simboli, a cominciare dal gioco degli scacchi?

«Costituiscono una semantica sotterranea che imprime più facce al romanzo, al cui interno una mossa scatena la caduta di altre pedine. Proprio come gli scacchi, che procedono per dinamiche creative impreviste e spietate. O i tarocchi, ognuno con un proprio significato che cambia a seconda delle connessioni».

Lei è spietato con tutti in questo libro. Uomini, donne.

«Le case del malcontento è un inconscio collettivo in cui ogni personaggio ha un valore o un disvalore di riferimento. Nei suoi romanzi di genere, Stephen King coglie sempre l'occasione per raccontare l'America. Lo fa attraverso zombie e mostri vari. Io dipingo un affresco partendo dai miei torbidi fantasmi interiori».