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Il caso serio del perdono

Autore: Lorenzo Fazzini
Testata: Avvenire
Data: 20 aprile 2018

Il perdono può essere una vendetta? La vendetta può esplicarsi nell’atto di perdonare? Cosa significa realmente perdonare? In quattro racconti Eric-Emmanuel Schmitt, narratore che non disdegna di insinuarsi nelle pieghe dell’animo umano con il tratto dello psicologo e a guardare i fatti del mondo con la lente del filosofo, affronta la dimensione umana, umanissima e per questo anche sovrumana del perdonare. Nelle quattro storie che compongono La vendetta del perdono (edizioni e/o, in libreria dal 26 aprile: l’autore lo presenterà al Salone del Libro di Torino il 13 maggio) Schmitt tende quasi al limite l’elastico della verosimiglianza per costruire delle situazioni in cui il gesto del perdono assume tratti originali, particolari e a volte anche scandalosamente ambigui: gesto eroico o decisione vendicativa?

Sicuramente alla prima tipologia appartiene il racconto “Madamina Butterfly”. In sintesi la storia: un giovane rampollo di buona famiglia parigina, William Golden, durante una scampagnata estiva sulle Alpi mette incinta una ragazza del posto (il nomignolo Sempliciotta dice tutto). Dimentico dell’erede, se ne ricorda solo quando uno zio che ha costruito un impero finanziario lo nomina suo erede solo e se avrà un figlio. Ma William, causa un incidente stradale, ha perso fisicamente la capacità di generare. Ma ecco che il figlio Jebé, successivamente ribattezzato dal padre James - gli ritorna “utile” per impossessarsi del patrimonio del parente: lo strappa dalle mani della madre Sempliciotta, lo educa in maniera edulcorato nella Parigi che conta. Fino a quando però James inizia a giocare sporco con i soldi del Figr, Fondo d’investimento Golden risk. Intanto il giovane James deve avere un trapianto di reni, la madre viene a saperlo e organizza il proprio suicidio in maniera tale che i reni possano venir donati in tempo per salvare il figlio. E alla fine arriva la riabilitazione di William: si fa carico lui in prima persona di tutti gli errori del figlio, chiede ai sottoposti di cancellare le tracce finanziarie che portano all’erede. E così «quando non si può più salvare né il denaro né l’onore, si può ancora salvare l’amore». Anche la vicenda di “Disegnami un aereo” rientra nella dimensione positiva del perdono. Un ex aviatore di guerra, Werner von Breslau, tedesco ma non nazista, combattente in nome della patria e non di Hitler, conosce attraverso l’amicizia con una ragazzina, Daphne, la storia del Piccolo principe. E proprio nella vicenda raccontata da Saint-Exupéry trova qualcosa, anzi molto, di sè: scopre di essere stato lui ad abbattere il velivolo su cui viaggiava il celebre scrittore e di aver ucciso l’uomo che aveva scritto il racconto che gli stava illuminando la vecchiaia. E così il riscatto - e il perdono verso il proprio passato - per il vecchio Werner arriva quando decide di fare il kamikaze per distruggere un deposito di cimeli del Terzo Reich custodito da un gruppo neonazista.

Ma il perdono può anche essere un gesto di forza? Può nascondersi dietro le pieghe di un gesto caritatevole la volontà di potenza? Sembra suggerire questo il racconto che dà il titolo al libro, La vendetta del perdono. La trama: una donna, Elise, va a trovare per anni e anni, finanche trasferendosi di casa, Sam Louis, il serial killer che ha violentato e ucciso sua figlia. Una fissazione che pare nascondere qualcosa di macabro, di psicologicamente irrisolto. E questa idea accompagna il lettore lungo tutto il racconto. Fino alla svolta finale: quando, tramite colloqui tra i due in cui si indagano il passato del killer, il suo rapporto/non rapporto con la madre, il senso di abbandono e di non accettazione da parte di chi l’ha generato, ecco che Louis arriva a realizzare e capire quanto male ha compiuto, uccidendo 15 giovani donne indifese. E quando arriva infine a pronunciare con sofferenza autentica le fatidiche parole - «Mi dispiace... Sapessi come mi dispiace... » -, arrivando finalmente a capire la gravità del proprio male e tornando ad essere un uomo, ecco che Elise se ne esce con due affermazioni che confliggono con loro, come possono fare a pugni i termini “vendetta” e “perdono”. «Ti perdono, Sam» dice all’assassino della figlia. Per poi aggiungere: «Benvenuto all’inferno!». Quasi a dire che ha usato il cammino per arrivare a perdonare il serial killer solo per fargli provare il senso di dolore sconfinato che ha accompagnato i propri giorni di madre senza più figlia. Schmitt con queste storie ci ricorda come la parola “perdono” sia da maneggiare con cura. E che il perdono autentico è quello di Sempliciotta (nome di battesimo Mandine), la donna sedotta dal potente William: «Mandine perdonava. Anzi, si situava al di là del perdono, aveva cancellato la lavagna del passato. Per lei l’unica cosa importante era quell’istante, che annullava l’infelicità precedente».