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La vendetta del perdono

Testata: L'Osservatore Romano
Data: 11 maggio 2018

In un film degli anni novanta, Il cattivo tenente di Abel Ferrara, il protagonista interpretato da un magistrale Harvey Keitel è un poliziotto corrotto di New York che s’imbatte in un caso imprevisto: la violenza sessuale commessa da due giovani su una suora, che li riconosce ma rifiuta di denunciarli, anzi li perdona. La religiosa agisce secondo un’altra logica rispetto a quella umana e a lui risulta incomprensibile.

È la stessa visione del mondo che pervade un libro di racconti dello scrittore francese Eric-Emmanuel Schmitt non a caso intitolato La vendetta del perdono, appena edito da e/o e presentato dall’autore il 14 maggio al Salone del libro di Torino. Nel racconto che dà il titolo alla raccolta, una madre la cui figlia è stata stuprata e uccisa decide di incontrare in carcere l’assassino. Elise vuole penetrare nella mente dell’uomo, che ha commesso molti altri delitti, e viene a conoscere la sua infanzia di bambino abbandonato dalla madre e maltrattato da quella adottiva. I due entrano in confidenza e Sam Louis abbandona la sua corazza riconoscendo per la prima volta le sue colpe, dopo aver mostrato al processo una totale indifferenza verso le vittime e i loro familiari. Ma quando Elise gli dice che lo perdona e Sam scoppia in un pianto a dirotto, lei se ne va per non tornare mai più: «Benvenuto all’inferno!» è il grido rivolto all’assassino.

Come questo, anche gli altri testi narrativi di Schmitt sono intrisi di humour nero. E vanno al fondo dell’animo umano come pochi altri scrittori. Tanto da richiamare le Storie sgradevoli di Léon Bloy, edite in Italia (da Franco Maria Ricci e poi negli Oscar Mondadori) nella raffinata collana «La biblioteca di Babele» diretta da Borges. Racconti che mescolano orrore e santità come nello splendido La religione del signor Pleur, vecchio avaro odiato da tutti, alla cui morte si scopre che manteneva duecento famiglie senza che nessuno lo sapesse. Esempio di una santità nascosta e oggi smarrita se si pensa a personaggi dello spettacolo pronti alla beneficenza purché pubblicizzata. Ma il racconto di Schmitt che risalta più degli altri è Madamina Butterfly, che ricorda il Mauriac del Bacio al lebbroso. Il giovane William in vacanza in montagna seduce una bellissima pastorella un poco ritardata e torna a Parigi. Mandine (che tutti chiamano Sempliciotta) gli scrive per annunciargli che aspetta un bambino, ma senza avanzare pretese. William le propone di sbarazzarsene ma lei rifiuta. Passano gli anni e il giovane diviene il braccio destro dello zio, padrone di una banca. Quando questi decide di abbandonare, confida a William la volontà di lasciargli in mano tutto purché abbia un figlio entro due anni. Sgomento perché dopo un grave incidente d’auto ha perso la possibilità di procreare, William decide di andare a prendersi quel figlio che non ha mai visto. James ha sette anni: incurante del dolore che procura alla giovane, il padre glielo strappa. Il piccolo cresce in un ambiente fastoso, studia e pare destinato ad affiancare il padre.

Ma a venticinque anni una gravissima insufficienza renale lo porta in fin di vita. William accetta che il nonno e Mandine vengano a visitarlo e proprio l’estremo sacrificio della donna, che dà la vita per offrire i reni al figlio, salverà il ragazzo. Allo stesso modo William, quando la banca sta per fallire per le iniziative sconsiderate di James, accetta di prendersi tutte le colpe. E di fronte all’amico e collaboratore che gli chiede spiegazioni dicendogli che il figlio non merita di essere scagionato, risponde: «In amore il merito sta in chi ama, non in chi è amato». Dimostrando di avere capito la lezione che Mandine, nella sua semplicità, gli aveva dato. Capace com’era stata di dare tutta se stessa per chi amava, senza chiedere nulla in cambio.