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«Il superstite» di Massimiliano Governi

Autore: Elisabetta Bolondi
Testata: Sololibri
Data: 12 giugno 2018
URL: https://www.sololibri.net/Il-superstite-Governi.html

Il superstite di Massimiliano Governi è un racconto lungo, un romanzo breve, un noir tutto italiano dal titolo inquietante, Il Superstite. Il narratore è stato il protagonista di una storia terribile; una mattina, presto, con la figlia ancora piccolissima sulle spalle, era andato a casa dei genitori, una villetta in campagna, in una paese non nominato, nei pressi dell’allevamento dei polli gestito da suo padre. In casa silenzio, persiane chiuse, luce accesa. In casa le tracce evidenti un massacro sanguinoso: uccisi padre, fratello, sorella, madre, tutti colpiti a morte nelle varie camere della casa. Chi aveva potuto commettere un tale efferato e incredibile delitto collettivo?

Dopo il funerale un giornalista si avvicina all’unico sopravvissuto ed egli mormora

Sono d’accordo con lei, non c’è Paradiso per i morti ammazzati.

Gli assassini vengono scoperti in Serbia qualche mese dopo, due nomadi, zio e nipote, il primo ucciso dalla polizia, l’altro processato e condannato. Il narratore, malgrado la moglie sia contraria, decide di presenziare al processo, e sceglie di farsi accompagnare dal giornalista che aveva mostrato di appoggiarlo nel suo desiderio di giustizia. L’incontro con lo slavo assassino sarà duro; l’uomo dagli occhi di ghiaccio darà una versione diversa, accuserà degli omicidi lo zio morto, si rivelerà un esperto in evasioni dal carcere, costituirà nel tempo un pericolo per la famiglia sopravvissuta alla strage, tanto che la moglie e la figlia si trasferiranno lontano, negli Stati Uniti, dove la donna si impiegherà nella Tyson, una enorme azienda di allevamento di polli, sperando che il marito la raggiunga.

Lui non lo farà, rimanendo abbarbicato alla casa del delitto, all’azienda del padre, ai ricordi, alla paura dello slavo e del suo eventuale ritorno. Un’ossessione malata che Massimiliano Governi ci sa raccontare con una scrittura affilata, tagliente, durissima, senza che vengano fatti sconti al sentimento, all’affettività. La vicenda raccontata somiglia a quella che aveva raccontato Truman Capote nel suo noir “A sangue freddo”, che comunque il narratore non ha mai letto anche se gli è stato regalato.

Poteva essere la mia storia, ma anche quella di un altro. Quell’uomo aggredito e invaso dalla cancellazione della sua famiglia, ero io eppure non lo ero.

Nell’epigrafe del libro c’è una frase emblematica di Primo Levi:

Non è colpa mia se vivo e respiro/ E mangio e bevo e dormo e vesto panni.

Chiarisce cosa ha voluto raccontare Governi nella sua storia: un uomo devastato da una violenza senza nome e senza ragione, incapace di continuare a sopravvivere, di avere rapporti con i suoi stretti affetti familiari, una sorta di naufrago della ragione, un reietto che stenta a ritrovare nella società un posto accettabile, aggredito da sogni violenti, da immagini e incubi che non cessano di tormentarlo, alla ricerca di una verità sfuggente, ambigua, sconosciuta. La breve sosta nella terrificante provincia americana, nell’Arkansas contadino e intollerante, gli svelano che i mostri esistono ovunque, non solo a casa nostra, e lo costringono a ritornare da dove era partito, nella villetta della strage, stavolta ritinteggiata e rinnovata, anche se il crocifisso fatto di cartapesta e inchiodato su una croce fatta con le assi di un parquet che reca le tracce del sangue della famiglia sterminata, non permette l’oblio. Libro breve, potente, incisivo, come la storia piena di sottili metafore che racconta.