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Intervista a Sacha Naspini

Autore: Federica Politi
Testata: Contorni di noir
Data: 4 luglio 2018
URL: http://contornidinoir.it/2018/07/intervista-a-sacha-naspini/

Sacha Naspini è nato a Grosseto e collabora come editor e art director con diverse realtà editoriali. È autore di numerosi racconti e romanzi, tra i quali ricordiamo L’ingrato (2006), I sassi (2007), I Cariolanti (2009), Le nostre assenze (2012), Il gran diavolo (2014). Scrive per il cinema. E’ uscito l’ultimo romanzo intitolato Le case del malcontento, per E/O Edizioni e lo abbiamo voluto incontrare per fargli qualche domanda.

1.Benvenuto, Sacha, com’è nata l’idea di questo libro?

S.:E’ nata circa due anni fa. Ed è nata all’incontrario. Avevo l’idea di questo borgo che esiste per davvero e dove sono nato io. Lo spunto iniziale era il ritorno di Samuele, un ragazzo tra i pochissimi che era riuscito ad andare via nel mondo. Ritornava però con un carico da scontare e tutta una serie di problematiche. Il primo approccio è stato da diario. Immaginavo lui che registrava le reazioni dei suoi compaesani. In corso di scrittura ho capito che raccontando di tutti questi personaggi, avevo l’ opportunità di entrare anche nelle stanze segrete delle loro case. Di entrare in certi spiragli dove mi pareva di poter toccare determinate corde dell’animo umano. Quindi l’idea di fare un corale è diventata una spinta, un esperimento che avevo già provato ma nei brevi racconti. Affrontare questo taglio narrativo nella lunga distanza, creando una monodia di tante voci tagliate in un dato modo che vanno tutte in una certa direzione, mi piaceva e ho spostato il personaggio di Samuele sul fondo della storia.

2. Questo romanzo è ambientato a Le Case, un paese che hai descritto dai vari punti di vista degli abitanti. Per te cosa rappresenta?

S.:Le Case è un aspetto simbolico molto importante del contenitore del romanzo. La casa rappresenta un processo di individuazione e di verità. La geografia esterna in qualche modo si riflette e contamina la geografia interna dei personaggi e viceversa. C’è questa battaglia nei piccoli borghi che poi è una lotta cara agli aspetti universali dell’animale uomo. Quindi, la sfida più importante era cercare quel solco che poi cercavo dentro di me, perché alla fine vengo da là: il mio stampo è stato colato lì.

3. Gli abitanti di questo paese rappresentano una varia carrellata di umanità. Ce ne vuoi parlare? E quale tra questi ti sta particolarmente a cuore?

S.: Mi verrebbe da dire tutti in una certa misura. Io non uso scalette. Questi personaggi li scoprivo anch’io in corso d’opera. Non andavo alla cieca, ovviamente. Avevo l’intenzione di quel finale. Ogni personaggio può essere assimilato ad un simbolo. Per esempio, Adele Centini al tema della vendetta. Mimmo Fiorani al tema del possesso, dell’avere. Fiorella Mantovani alla carnalità. Ma un personaggio può diventare anche una rifrazione di tanti temi.

4. Che ruolo assume il gioco degli scacchi all’interno del tuo romanzo? Sembra diventare una metafora della vita stessa.

S.: Questo è una sorta di perno centrale. Il gioco degli scacchi è bellissimo, affascinante, spietato e misterioso. Assomiglia davvero alla vita. Le Case diventa una scacchiera, dove certi pedoni cominciano un gioco che si innesta con il ritorno di Samuele, diventando uno scenario di metafore. Il tema del due, del doppio, è molto ripetuto: le due porte, lo stesso paese che è scavato nella Cresta e sembrano due ali. Il doppio nei fratelli, nei gemelli. La doppia coscienza di Eleonora, di Samuele.

5. Si parla anche della vita dei minatori che lavorano in questa zona della Maremma. Di quanta rabbia sfoci dall’ingiustizia di condizioni di lavoro veramente impossibili. Ce ne vuoi parlare? S.: La Maremma è un calderone. Una terra in cui si moriva, in cui portare qualcosa in tavola richiedeva qualcosa in più del sudore, terra di malattia.

I maremmani sono un popolo che bestemmia la propria terra, che è un gesto che ci individua in un modo particolare nel mondo. E’ un gesto dell’anima, del verbo che sottintende a tanto. Un senso di ingratitudine, colorato da una vena di ironia molto amara. Con il lavoro addosso che ti segna forte, questo stampo, questa pelle, caratterizzano i personaggi del mio romanzo.

6. Per alcuni rimane l’impossibilità di lasciarsi la terra dove si è nati alle spalle, anche se avversa e inospitale. Perché? Qual è la natura del legame che ci tiene stretti alle nostre radici e ci impedisce di spezzarle?

S.: E’ un tema che mi è caro anche perché l’ho vissuto da ragazzo. Quel tipo di solco di cui si parlava ti resta addosso e ti caratterizza nel mondo. Quella matrice ti dà una restituzione di te stesso, soprattutto quando sei lontano. Quella rabbia, quel bollire del sangue, quella noia dei ragazzi delle province di qui come ho visto anche in America. Quella voglia di fermento, di mondo. Nelle province arriva tutto dopo. E’ un luogo che non ti espone molto. Poi l’adolescenza è un periodo fumoso. Ti alzi in piedi e non sai nemmeno bene che tipo di piedistallo hai sotto. Non hai modo di sperimentarti e tutto diventa una lotta, un mostro particolare. Le mura millenarie de Le Case, che all’inizio guardi come a un’occasione . Poi, se non trovi quello scatto, quella scintilla, finiscono per chiudersi e t’incatenano.

7. Perché gli abitanti non riescono a prendere in mano le loro esistenze e dirigersi nella direzione verso la quale vorrebbero andare?

S.: Perché ci vuole coraggio e gli abitanti de Le Case sono ignoranti. Può sembrare una frase arrogante ma nonostante la chiusura della cinta muraria, poi il gesto è quello di darsi una pacca sulla spalla e dirsi “Alla fine non ci manca mica niente. Se vado via lascio la strada vecchia per…”. Non c’è questo istinto. Anche perché si parla di persone che vengono davvero da un posto particolare e da tutta una serie di adattamenti al vivere.

8. Mi sembra che tra i personaggi ci sia una forte difficoltà a comunicare. Che si tratti di marito e moglie, o genitori e figli. Credi che questo sia un problema della società dove viviamo?

S.: E’ un problema generale, quello della comunicazione. Nei borghi piccoli tutti sanno un po’ di tutti. C’è questa sorte di grande famiglia allargata, dove succede davvero qualsiasi cosa. Sei molto allo scoperto. L’importante è mantenere in evidenza la parte della facciata, del mostrare. La comunicazione si base anche sull’estrazione culturale. Anche oggi , ovunque, non è così facile trattare certi argomenti.

9. “Il colpo dell’anima mi prende proprio qui, quando d’un tratto mi rivedo nel solito punto, come ora, ma con in mezzo una caterva d’anni che uno si metterebbe ad urlare.” Tu come ti vedi nel futuro?

S.: Mi verrebbe da dire “risolto”. Ma poi ti dico che spero di vedermi il più possibile meno “tradito” da me stesso. Nonostante i compromessi che a volte capita di fare, spero che quella cosa che vibra in me non sia vittima di soprusi strutturali della società.

10. Stai già lavorando ad un nuovo libro? Quali sono i tuoi progetti?

S.: Intorno a Le Case del Malcontento si stanno muovendo cose che mi prenderanno molto tempo nei prossimi mesi e di cui non posso dirvi niente. Inoltre, c’è un nuovo romanzo che dovrebbe uscire nel 2019.