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Su Il cielo di Singapore di Sharlene Teo

Testata: Le connessioni
Data: 12 settembre 2018
URL: https://nontemerenatasha.wordpress.com/2018/09/12/su-il-cielo-di-singapore-di-sharlene-teo/

Avevo già messo gli occhi su questo romanzo quando era uscito nel Regno Unito (titolo originale: Ponti – ci torniamo) e avendo perso di vista per un po’ le nuove uscite in Italia sono rimasta piacevolmente sorpresa di scoprire che Edizioni E/O ha appena pubblicato l’edizione italiana, intitolata appunto Il cielo di Singapore, con traduzione di Aurelia Di Meo.

Ponti, il titolo originale, fa riferimento ai film dell’orrore interpretati sul finire degli anni ’70 da una giovane attrice esordiente, Amisa Tan, che legano per altre vie anche la figlia Szu e la sua amica Circe, le altre protagoniste e voci narranti del romanzo.

I film di Ponti sono ispirati alle omonime figure del folclore malese, le pontianak, spiriti di donne morte durante la gravidanza, dalla presenza lamentosa, vendicativi e visceralmente violenti nei confronti delle loro vittime (spesso uomini). Come molti horror della fine degli anni ’70, sono derivativi nel soggetto e fanno parte, volenti o nolenti, del genere exploitation. Arrivati tardi e male, in un momento in cui già si stanno consolidando altri trend dall’Occidente, vengono presto dimenticati, come pure viene dimenticata Amisa Tan, nonostante la sua bellezza spettrale.

La stessa bellezza però mette in ombra la figlia Szu, adolescente insicura, molti anni dopo, nel 2003. Conosce a memoria i film di Ponti, e ne parla ossessivamente, ma nonostante questo il rapporto con sua madre rimane freddo, così come non riesce a formare connessioni al di fuori della sua famiglia, a scuola, dove i suoi compagni la ritengono strana e fastidiosa. Fino a quando non incontra Circe, outsider che nonostante le differenze le diventa amica.

Circe tuttavia riuscirà a vedere i film di Ponti solo nel 2020, quando dovrà occuparsi della campagna di marketing per il reboot del franchise. Da questo punto, già tormentata da un peculiare problema medico e da quello che rimane del suo divorzio, dovrà venire a patti con quello che è stato della sua amica e della sua leggendaria madre.

La storia delle tre donne spazia dalla Singapore di fine anni ’50 fino a un prossimo futuro, ed è effettivamente il modo in cui la cultura singaporiana cambia nel corso dei decenni che influenza fortemente la vita e soprattutto l’interiorità delle protagoniste, le quali tendono a rimanere intrappolate in bolle di forte malessere e di crescente rancore senza una via di uscita apparente.

Singapore, già luogo di continuo e profondo scambio culturale, considerate le forti influenze malesi, cinesi, inglesi e indiane (tra le altre) nel tempo, è per natura permeabile al cambiamento, ma il cambiamento difficilmente annulla la memoria e il passato degli uomini che lo abitano; e il passato, come si sa, tende a tornare in superficie, nonostante tutti gli sforzi per tenerlo sommerso.

Per questo, nonostante Amisa finisca per cambiare il suo nome, nonostante Szu non voglia fare domande né ascoltare le risposte, e Circe si rifiuti di fare ricerche su Internet, tutte e tre si ritrovano tormentate dalla presenza – o dall’assenza – di quello che è stato. In questo il tormento prende forme più o meno spettrali, le forme del folclore singaporiano appunto, che in questo libro non hanno solo le sembianze delle pontianak, e con una leggera corrente magica.

Il libro è stato scritto con il mercato letterario anglosassone – quello che cerca letture etniche e diverse – in mente e si sente, nonostante pulluli comunque di questioni sociali e razziali specifiche troppo complicate perché un lettore occidentale riesca a comprenderle appieno. Potrebbe essere considerato un difetto, o un elemento per scegliere qualcos’altro (se proprio non si ama avere il glossario a fine volume!), ma posso dire che per quello che si propone di fare, e per quello che è, riesce a farlo, con sincerità – rimane giusto un po’ acerbo.

Sharlene Teo è in effetti al suo debutto ma si dimostra molto brava nella costruzione del romanzo come del mondo che rappresenta, e in particolare quello legato alla protagonista sua coetanea, Szu: avere sedici anni nel 2003 è l’incapacità di abitare il proprio corpo, lo sguardo sulla cultura pop del momento e quello lontano per qualcosa di più personale – la ricerca di una nicchia come tentativo di ricerca della propria identità -, i poster dei Backstreet Boys e lo shoegaze, i prodotti di bellezza giapponesi e i Tamagotchi.

Nelle parti narrate da Szu, in particolare, appare evidente come ci sia una ricerca stilistica nelle voci delle protagoniste (laddove Amisa viene comunque narrata in terza persona), perché lo stile lineare e di effetto di Teo, così adatto per una lettura ad alta voce, in questi brani incede spesso in figure retoriche che appaiono sgraziate, eccessive, e che allo stesso tempo parlano sia di come la lingua in cui pure è scritto il romanzo, l’inglese, filtra in realtà altre immagini da tutte le lingue parlate intorno a Szu (i vari dialetti cinesi menzionati durante gli scambi), sia del suo disagio cosmico, la difficoltà di districamento da e la nausea per sé stessa e il mondo circostante. In questo senso, un ottimo ritratto di un’adolescenza sofferta. (Non che gli altri personaggi, raccontati in altri punti delle loro vite, siano da meno in questa sofferenza e disagio).

Un passaggio dal capitolo 4 (Szu, 2003):

La mattina dopo apro gli occhi di colpo. La sveglia parte due secondi dopo, un trillo acuto e invadente. Fatico a spegnerla, ho gli occhi annebbiati. Sedici anni e un giorno. La mia bocca sa di fumo. Mezza addormentata, immagino mia madre che mi guarda dormire, soffiandomi anelli di fumo in bocca mentre russo. Mi sento i polmoni sporchi. Mi sfrego gli occhi e mi allungo verso la tenda per aprirla.

La foschia si è posata sul giardino, offusca i contorni degli alberi e dei vasi di terracotta. Dalla finestra della stanza il mondo sembra il set di un film dal budget limitato. I tetti vicini somigliano a creste di cartoncino arancio scuro ripiegato. In qualsiasi momento una gru potrebbe calare e accartocciare tutte quelle case, scaricandole poi nel parcheggio di uno studio cinematografico fatiscente. Il tanfo di carne bruciata di ieri è ovunque, e anzi si è fatto più intenso. La finestra è chiusa bene, eppure la puzza si insinua fin nel naso.

Scendo dal letto barcollando. Soffoco mentre indosso l’uniforme, le mani si muovono rigide. Abbottono la blusa e tiro su la cerniera della gonna, che mi pizzica in vita. La pelle delle dita si impiglia nella zip.

«Cazzo» borbotto. E come se fossi stata morsa. Sull’anulare c’è una goccia di sangue. Sull’autobus le casse sparano la radio a tutto volume e cerco di non guardare lo schermo della TV che trasmette le riprese dei pendolari da tre diverse prospettive. Non c’è mente di peggio al mattino presto che pensare a quanto si è brutti. Nessuna prospettiva mi dona. La telecamera è di scarsa qualità e getta all’interno del bus un minaccioso bagliore grigio-blu, minaccioso, come se uno spettro dovesse apparire da un momento all’altro. La macik dietro di me continua a soffiarsi il naso. Quando si mette le mani attorno al naso tozzo e lo stringe fa lo stesso rumore del fusibile del bollitore che schiocca di notte. Il pacik accanto a me muove la gamba a scatti e continua a urtarmi il ginocchio. Vorrei essere in una bolla che mi protegge da tutti gli altri esseri umani. Mi rannicchio contro il finestrino.

La speaker della radio è una giovane donna dalla voce compiaciuta e melliflua.

«Oggi è stato registrato un Indice standard di inquinamento di centosessantaquattro. Si raccomanda alla popolazione di restare in casa poiché si tratta di una misurazione insalubre. Se dovete uscire, siete pregati di indossare una mascherina chirurgica. Le mascherine ospedaliere fornite dal governo saranno disponibili nei seguenti centri di distribuzione pubblica tra le nove e trenta e le diciotto di oggi…».

Elenca i punti di ritiro, ma non sopporto più il suo stupido e falso accento semi americano. Infilo gli auricolari. Ho sentito i brontolii. Gli articoli di giornale sugli incendi nelle foreste di Sumatra, il solito slash and burn, taglia e brucia, che sembra il nome di un pessimo gruppo rock. Non mi piace il rock, preferisco i suoni distorti e confusi dello shoegaze. Ho scoperto lo shoegaze grazie a una rivista musicale che qualcuno aveva lasciato sul bus 67.

Lo shoegaze è fatto apposta per me. Neutralizza tutto: le ore di noia che mi attendono, l’inquinamento che mi circonda. Quasi tutti i gruppi sono dell’Inghilterra del nord. Immagino castelli e aria fresca, ragazzi bianchi ubriachi con i capelli cotonati e denti marci che inciampano sul selciato. Aria compressa sospesa su una linea di basso. Il bus sussulta e sobbalza. Trattengo il respiro e chiudo forte gli occhi.

In generale un buon esordio che consiglio soprattutto a chi ama le storie in cui il folclore e i fantasmi vengono a contatto con la modernità, e per chi ama le storie intorno ad altre storie – in questo caso dei film. (Io rientro in entrambe le categorie.)

E ora un bell’elenco puntato perché dopo tutto questo papocchio ci vuole anche il ricorso alle liste:

  • Sono contenta di aver potuto leggere questo romanzo in italiano e capisco le esigenze del mercato ma accidenti, questo titolo, così generico in confronto a quello originale!
  • Certo usare direttamente Ponti avrebbe creato fraintendimenti nella nostra lingua.
  • Ma questo rancore, questo disagio, trova una soluzione infine? L’autrice ne offre una, ma senza entrare nel dettaglio, tant’è non sembra essere il punto del suo romanzo, viene affrontata frettolosamente: una soluzione è possibile, non è importante sapere esattamente come. Tuttavia diverse cose in questo romanzo rimangono sullo sfondo pur avendo tematicamente dei ruoli piuttosto importanti (es. le figure maschili), quindi è possibile che sia una scelta ben precisa.
  • Un elemento importante del romanzo che non sono riuscita a menzionare nel breve riassunto sopra è la zia Yunxi e la sua professione (e natura, a dir suo) di medium, perché attraverso di lei entriamo in contatto con tutto quelle credenze che persistono nel modo di pensare dei singaporiani, che pure, significativamente, contribuiscono alla sussistenza della famiglia di Szu. La figura di Yunxi meriterebbe da sola un romanzo a parte, perché la sua è una storia per mia percezione molto distintiva e specifica del contesto delle culture sud-est asiatiche, che generalizzata invece parla di storie note e universali (di più di sotto nei miei collegamenti di lettura). Banalmente, leggerei quel romanzo.
  • Stesso dicasi, in parte, per il regista dei film di Ponti, che è indonesiano e per cui mi manca conoscenza del contesto per unire i puntini (ma questa è una lacuna mia).
  • Alla fine del romanzo rimangono alcuni misteri, e mi piacerebbe parlarne con chi lo leggerà. (Ora mi scrivo tutti gli spoiler da una parte, ché tendo a dimenticare i dettagli dei libri nel giro di tre giorni.)
  • Alcuni felici collegamenti di lettura! Perché quello che succede quando leggi un romanzo è pensare a altre mille storie che tale romanzo ti ricorda:
  • Avevo già letto una bella storia sul folclore malese e questa è The House of Aunts di Zen Cho, la potete leggere tutta al link in inglese (e non vi dico nulla di più: è un racconto lungo, si può fare!).
  • Amisa mi ha ricordato un poco Anna di Menzogna e Sortilegio, anche se in realtà i due personaggi sono guidati da forze opposte, da una parte la fuga dal passato e dall’altra l’illusione che il passato sia ancora presente.
  • Altre storie fantastiche di spiriti vendicativi dalla forma femminile pronti ad uccidere tutti malamente: in un momento inatteso di riscoperta è uscito per J-Pop il volume completo di Tomie di Junji Ito. (Qui vi deve piacere l’horror, anche se in realtà l’orrore presentato da Junji Ito è molto affine a quello di Sharlene Teo.)
  • Altri libri che parlano di storie intorno ai film dell’orrore (e al mito dei registi di horror degli anni ’70): Notte americana (Night Film) di Marisha Pessl (Bompiani).
  • Portando all’estremo l’incontro tra il folclore e la modernità: Laguna (Lagoon) di Nnedi Okorafor (Zona42). Il disgusto per il proprio corpo come per il mondo mi ha ricordato un’altra giovane protagonista di un altro esordio relativamente recente, Eileen di Ottessa Moshfegh (Mondadori).
  • Un libro che voglio leggere che ha alcuni elementi in comune con questo romanzo: L’eredità delle dee di Kateřina Tučková (Keller). Anche qui c’è una famiglia di tipo matriarcale che si occupa di magia e stregoneria, cosa che oltretutto collega i due romanzi a un filone su cui E/O torna saggiamente di tanto in tanto, molti anni dopo Le Streghe di Smirne.

(E su questo chiudo perché citazione sfolgorante, basta, torno a casa. Buone letture!)