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A tu per tu con l’autore

Autore: Maria Sole Bramanti
Testata: Thrillernord
Data: 4 novembre 2018
URL: http://thrillernord.it/intervista-a-sacha-naspini/

Sacha, è davvero un piacere avere la possibilità di porti qualche domanda sul tuo nuovo libro, Le Case del malcontento. L’ho letto tanto volentieri e forse l’ho apprezzato ancora di più perché sono una toscana doc (proprio come te). E da toscana, la prima domanda che mi viene da farti è relativa ai luoghi di questo splendido romanzo: di borghi, la Toscana è piena; da quale hai preso ispirazione (anche se spero tu lo abbia fatto solo dal punto di vista geografico, vista l’ombra che incombe su Le Case)?

È Roccatederighi. La mappa che apre il romanzo ricalca il luogo dei miei primi anni là, sulle creste di Maremma. Ci sono lettori che passando da quelle parti restano stupiti nel trovare la Torre dell’Orologio, via di Mezzo, la chiesa alta e quella di San Bastiano. Tutto affoga nella roccia per davvero, ci sono i vicoli scavati nel sasso, i ballatoi fitti, i muraglioni, gli sbocchi improvvisi sulla piana… Ad avere pazienza, si possono perfino riconoscere certi nomi sui campanelli. Nel romanzo, un gioco che mi affascinava fare era questo: capire quanto la geografia esteriore contamini quella interiore e viceversa. Va a finire che alzando la telecamera si intuisce il profilo di un unico essere vivente. Le Case è un po’ questo: un inconscio collettivo; stanze segrete, storie irrisolte che strisciano sul sottofondo della vita di tutti. Le Case è un gigante addormentato. Un giorno arriva Samuele Radi e qualcosa si sveglia.

Uno dei personaggi che mi ha colpito di più è certamente Piera (di cui non vogliamo certo svelare troppo, per lasciare ai tuoi lettori la possibilità di stupirsi). Un personaggio che incarna al meglio la doppia faccia degli abitanti di Le Case, e della vita. Tra tutti i protagonisti di questo tuo romanzo, qual è il tuo preferito? Di quale hai amato più scrivere?

Nel romanzo ogni personaggio rappresenta in qualche modo un simbolo, un’allegoria, un particolare di quel mostro di cui si parlava prima. È vero, il tema del doppio è ricorrente: c’è il bar delle Due Porte, il picco delle Due Ali. Ci sono due coppie di gemelli. E in generale quasi ogni abitante mostra una faccia, ma dietro ce ne sono altre, forse non agite ma di sicuro non meno vive. Per rispondere alla tua domanda, direi questo: il personaggio di cui mi è piaciuto di più scrivere è Le Case. È stato un viaggio nelle sue corde nascoste, ci ho trovato tanta oscenità, e slanci di luce; più spesso, melme irrisolte. La monodia con cui il romanzo racconta le sue storie è come un urlo muto. Ce l’hanno in gola tutti, nel paese. Si dicono buongiorno e sembrano coltellate. Forse anch’io ho nel sangue quella roba.

La cagnetta di Giovanna vale da sola tutto il libro (te lo assicuro, da lettrice). Sei riuscito a sorprendermi in un modo davvero inatteso. E questo (e la storia principale, quella di Samuele Radi) mi porta a chiederti (tanto per farti capire quanto la mente di chi legge un certo genere di libri possa essere contorta): ti sei ispirato a qualche fatto di cronaca per qualcuna delle storie che racconti in questo libro?

No, mai. A parte gli affondi nei fatti storici, occasioni che ho cercato di non perdere – penso allo scoppio di Ribolla del ’54, per dirne una. La verità è che cercavo di raccontare una certa vocazione al vivere, vista da una lente di quel tipo. Le storie, le dinamiche tra i vari personaggi, i rovesciamenti e le rimonte che puntavo andavano tutte in quella direzione: mostrare il piccolo per dire il grande. Soffermandomi su certe sfumature particolari, che comunque possono essere riviste nel quartiere di una città, in un borgo sperduto nei deserti dell’Arizona. A Le Case ci sono nani sordomuti, campioni di scacchi ridotti in miseria, assassini imboscati, cartomanti, uomini cresciuti nel buio delle miniere, amori infranti, rivalse a fior di coltello… Era bello, durante la stesura, vedere una particolare azione seminata nel secondo dopoguerra ripercuotersi con violenza oggi, un martedì qualunque, con la spietatezza che ha la vita, quella sincronicità. Nel bene e nel male.

Il romanzo è narrato dal punto di vista dei diversi personaggi. Ottimo espediente per costruire piano piano una storia, o meglio, tante storie che, alla fine, si rivelano un unico grande racconto, un romanzo corale, che diventa un’unica voce. Hai concepito così il romanzo fin dall’inizio? Quali sono stati i passi che ti hanno portato a scrivere un romanzo così complesso e strutturato?

Il primo approccio fu quello del diario. Samuele Radi tornava a Le Case dopo il suo giro nel mondo. Portava con sé un bagaglio di nefandezze: prima accusato dell’omicidio di Clara, la sua fidanzata, e poi scagionato per mancanza di prove. Si ripresentava nel paese natio dopo la gogna mediatica. Mi limitavo a registrare gli umori dei paesani con cui veniva in contatto. Giorno dopo giorno, il diario cambiava in un’altra cosa, diventando un libro pazzo. Mi piaceva. Eppure non lo sentivo esaudito, non so se mi spiego. Poi l’ho visto. E ho fatto la mossa che in realtà mi chiamava fin dall’inizio: ho buttato il personaggio principale all’ultimo banco e portato tutti gli altri davanti. Erano loro che dovevano parlare. Era nelle loro camere segrete che si nascondeva la verità.

Tra i vari temi che affronti in questo romanzo c’è anche un riferimento, apprezzabilissimo e originale, alla guerra. Perché hai sentito il bisogno di inserirlo?

Perché quel passato recente ce l’abbiamo dentro, ci caratterizza, è una voce dell’esperienza umana che a mio avviso ancora risuona, contribuisce alla nostra matrice. Siamo il risultato (anche) di quel passaggio. La memoria storica è un attrezzo particolare, non un gingillo da salotto: ti definisce, senza chiedere la tua approvazione, né gli interessa la tua altissima opinione. Per me è abbastanza triste questa tendenza di fermarsi al qui e ora, vivere all’impronta di un post su Facebook, senza allargare mai (o quasi) la vista al grosso mostro in movimento. Perché percorre una strada, è possibile intuire l’intenzione del prossimo passo. Chi non legge e non si informa dice che non serve a niente, meglio sapere cosa ha fatto la Fiorentina. Invece è utile. Aprire l’occhio interiore ai flussi che ci hanno preceduto ci aumenta. A Le Case sono ripiegati su sé stessi. I più hanno perso la memoria di sé. Infatti non vivono bene. Per fortuna che un giorno vengono tutti sconvolti da una cosa semplice, di una banalità sconcertante: una storia d’amore.

Anche il linguaggio (probabilmente spinto dalla narrazione in prima persona) è molto concreto e crudo. Ho iniziato oggi a leggere Le nostre assenze (un tuo romanzo pubblicato da Elliot nel 2012) e già dalle prime pagine percepisco quell’ironia… cattiva che pervade anche Le Case del malcontento. Mi viene spontaneo, davvero, chiederti: perché scrivi? Perché scrivi cose così cattive e vere?

Dovessi darti una risposta da parafulmine, direi così: scrivo il brutto per dire il bello. Che è anche un po’ vero, immagino. Tanto nero si alza, tanta luce viene chiamata. La madre di Adele dice: «Se fa male, fa bene». Scrivendo, provo a dare il mio nome alle cose. A volte mi servono cinquecento pagine per fare una fotografia – per fortuna è sempre imperfetta, mi spinge a rovesciare la vista, a impilare gli oggetti che mi interessano in un altro modo. Su questo tema ci sarebbe da dire tanto… Per quanto riguarda il linguaggio, sarà divertente vedere come verrà raccolta la palla in Corea, per esempio, o in Turchia, dove Le Case è in corso di traduzione.

Questo libro è pieno di contrasti, come i piccoli sprazzi di profonda tenerezza, vera, contadina, di altri tempi, che in mezzo a tutte le brutture spiccano ancora di più. Ed è pur vero che quelle brutture di cui ci parli nascono da una sofferenza profonda, propria solo di chi vive la vita vera e non quella dei tabloid. Come vive Naspini il suo essere anche personaggio, oltre che persona?

Le Case del malcontento parla di una terra cattiva, che nasce dalle acque marce. La Maremma ha sempre chiesto tanto, l’uomo che la abita esce da quelle zolle, si porta dietro quei fanghi malsani. L’uomo che la abita commette quotidianamente la più grossa atrocità: bestemmia la dea madre da cui proviene. Forse non c’è un altro posto nel mondo in cui capita. Perfino a un milanese può scappare un «Maremma maiala!». È un gesto che racconta molto. Contamina l’indole. Insieme, c’è uno scoppio d’amore smisurato, per la regola della mancanza: più ti viene tolto, più sei capace di dare, perché sai il male che fa (sempre se non sei una belva che spreca la sofferenza). Raccontare questo cuore con la buccia spessa, l’amarezza sanguigna, l’ironia e la resa al vivere di un pezzo di provincia non è stata neanche una scelta: a volte è una vena che mi chiama e basta. E io rispondo. Ne Le Case del malcontento mi sono raccontato molto. Ah, per finire: nella mia zona, dire “personaggio” fa pensare spesso al matto del paese.

Le Case del malcontento arriva a una certa distanza dal tuo precedente romanzo, Ciò che Dio unisce, e a quasi dieci anni da uno dei tuoi libri di maggior successo, I Cariolanti, definito romanzo di “deformazione”, al cui stile, mi sembra, tu ti sia riavvicinato. Cosa hai fatto nel frattempo?

Tra I Cariolanti e Le Case del malcontento c’è stato un pezzo di vita importante. Il ponte dai trenta ai quaranta vuol dire tante cose. Ho scritto una decina di romanzi, quasi tutti pubblicati. Compreso un tuffo nello storico, sulla vita di Giovanni delle Bande Nere (Il gran diavolo). Ci sono state delle sceneggiature. E tanti viaggi.

La domanda di rito, per noi di ThrillerNord: conosci gli autori nordici? (detto fra noi, il Barbarotti di Nesser, secondo me potrebbe piacerti).

Segnato. Va be’, penso subito a Nesbø. A Larsson, la Holt, i Kepler. Poi sono un patito delle fiabe scure, e da là arrivano delle cose spettacolari. Da ragazzino mi sono sfondato di fantasy che venivano da quelle parti.