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«Noi, costretti a fuggire dalla nostra amata terra»

Autore: Nicola Baroni
Testata: Il Giorno
Data: 11 marzo 2019

Il rischio che la memoria degli orrori del passato si trasformi in retorica? «Purtroppo esiste». Il modo per evitarlo? «È difficile rispondere, non lo so». Ebrea libica fuggita da Tripoli con la famiglia nel 1967 a causa delle persecuzioni scatenate dalla Guerra dei sei giorni, Daniela Dawan in Italia è diventata avvocato penalista e Consigliere della Corte di Cassazione. Alla tempra di chi ha vissuto momenti troppo duri per indietreggiare di fronte al presente, unisce l'umiltà di chi sa rispondere molti «non lo so». Eppure il suo ultimo libro, "Qual è la via del vento" (edizioni e/o), riesce perfettamente nell'ambizione di far vivere la memoria fuori dagli schemi consueti. Lo presenterà al Teatro Franco Parenti oggi alle 21. Nel romanzo racconta la vicenda privata di una famiglia ebrea costretta a fuggire dalla Libia a causa delle persecuzioni arabe.

Una storia che la tocca da vicino, perché lo racconta solo ora?

«Guardavo in tv le immagini della guerra in Libia, di quella terra rossa scavata per buttarci dentro i cadaveri. Io ricordavo quella terra e sentii che c'era qualcosa di impercettibilmente mio rimasto là. Lo ricondussi a mia sorella, nata poco dopo la nascita e sepolta in un cimitero che è stato raso al suolo. A questo si aggiunse un sogno in cui tornavo in un giardino».

Scrivendo è tornata nel giardino della sua infanzia.

«Volevo far rivivere quello che non avevo vissuto, anche se poi nel libro ho completamente trasfigurato la figura di mia sorella morta. Ma credo che la narrativa possa colmare i vuoti della realtà, immergerti in altre storie, mondi, paesi. Ti fa raggiungere luoghi geografici e dell'anima che non potresti conoscere altrimenti».

Si riferisce ugualmente alla scrittura e alla lettura?

«Certamente. Come potremmo immaginare la realtà familiare degli ebrei polacchi tedeschi con il mito della Germania e poi traditi da quello stesso paese, se non leggendo "La famiglia Karnowski" di I.J. Singer. Un saggio non ha la stessa potenza perché non ti mette in contatto con i sentimenti.

Nel libro racconta di una convivenza pacifica tra ebrei e arabi che si è improvvisamente interrotta.

«Tantissimi ebrei libici parlavano arabo, anche tra di loro, e la lingua è la prima forma di condivisione culturale. Si condivideva anche la cultura gastronomica: per esempio il cuscus».

Cosa rimpiange di quei luoghi?

«Quella terra rossa, quella bella città in cui la sera ci si incontrava, le famiglie erano molto unite, si frequentavano. Anche se non mancavano le difficoltà».

Cioè?

«La Libia era un paese arretrato: alto analfabetismo e tanta misoginia. Per una bambina era un ambiente difficile, spesso ero oggetto di attenzioni sgradevoli».