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Libri in 3 parole: Ora che sono Nato

Testata: Gynepraio
Data: 11 aprile 2019
URL: https://gynepraio.it/2019/04/11/ora-che-sono-nato-maurizio-fiorino-recensione/

“Ora che sono nato” di Maurizio Fiorino, uscito proprio ieri per Edizioni E/O, mi è stato omaggiato: meno male, perché -chiusa in questa mia bolla di disprezzo per il maschio medio violento e prevaricatore– sono circa 9 mesi che leggo solo autrici femminili.

Difficilmente l’avrei comprato e purtroppamente me lo sarei perso. Quando l’ho ricevuto mi son detta: “Ehilà, un altro esordiente!” salvo poi scoprire che Maurizio ha già pubblicato due romanzi (“Amodio” e “Fondo Gesù”), è fotografo, ha collaborato con Amy Arbus (figlia di Diane Arbus, sì, esatto, quella lì) ed è pure belloccio. Non vi basta? Da queste recensioni sembra anche un ragazzo a modo.

L’opera è la storia di Fortunato Goldino -detto Nato, da cui la duplice interpretazione del titolo- i cui primi anni di vita sono costellati di una discreta sequela di sfighe: una famiglia tradizionale eppure drammaticamente disfunzionale, ad esempio. La sua infanzia e adolescenza sono un continuo e crescente tentativo di prendere le distanze dal suo ambiente d’origine ricorrendo a 3 grandi strumenti: l’osservazione, l’introspezione e l’ironia. Perché, notizia buona, “Ora che sono Nato” fa molto ridere.

Come dite? Che il mondo della letteratura è pieno di ragazzini che trovano la propria strada nonostante le premesse non proprio eccellenti e che spesso risultano più acuti o maturi degli adulti? Ah beh, guardate, me ne viene in mente uno subito, su due piedi, senza neppure pensarci: s’intitola “Se tu lo vuoi” e, coincidenza, l’ho scritto io! In un mondo migliore, avrei tempo di buttare giù uno spin-off e sarebbe mia cura includere un episodio in cui Elisabetta conosce un compagno di classe che vuole fare danza nonostante il parere contrario del papà, come Fortunato.

LA STORIA

Fortunato Goldino nasce al Sud, negli anni ’80, ultimo di tre figli, generato con l’intento di salvare un matrimonio mal assortito e giunto agli sgoccioli. Ogni membro della famiglia ha il suo personale corredino di bizzarrie e disagi: superstizione, scollamento dalla realtà, balbuzie, megalomania, depressione, fanatismo mistico-religioso, ipocondria, igienismo e ODC assortiti, tosse nervosa e dolori psicosomatici. Nato vi contribuisce con un timido tentativo di diventare anoressico, per poi tornare a più miti consigli e decidere di dare il minor fastidio possibile. Poiché i suoi genitori sono troppo intenti a litigare, denigrarsi e rinfacciarsi antichi torti per prestare attenzione ai suoi malesseri o assecondare le sue inclinazioni, Nato ha tempo di dedicarsi alle sua passioni: le coreografie delle Spice Girls, studiare, leggere, scrivere, ma soprattutto immaginare la vita che desidera.

ORA CHE SONO NATO: CALABRIA

Anche se (a differenza delle opere precedenti) Maurizio Fiorino non geolocalizza “Ora che sono Nato“, sebbene venga utilizzata una sola parola in dialetto -che io ovviamente conoscevo perché il mio cervello è stipato di informazioni utilissime- non è difficile immaginarselo al Sud: i nomi dei protagonisti, spesso i loro cognomi, anche la gestualità ci porta da quelle parti. La madre di Nato ha l’abitudine di schernire il marito e sottolineare con una sonora pernacchia le sue frecciate: siamo onesti, è una cosa che nessuno farebbe a Torino.

La mia immaginazione è ancora più precisa: penso a Crotone, la sua città natale dell’autore. Mi risulta particolarmente facile, perché ho sempre trascorso le vacanze da quelle parti; nel capitolo in cui si racconta la villeggiatura della famiglia Goldino, ho ritrovato l’atmosfera di certi lidi che si intravedono passando in auto dalla statale 106. Sabbia bianca, la ferrovia che corre lungo la costa, arbusti incolti, infiniti attraversamenti pedonali di famiglie con un ombrellone a righe sotto il braccio, bar fatiscenti: è un mix peculiare che in una spiaggia romagnola non troverete mai. Vi agevolo subito una diapositiva dell’epoca, solo per farvi entrare nel clima.

Persino io, che non sono di quei luoghi ma che casualmente li conosco bene, avverto un sentimento strano: è la saudade calabrese, è “la dolce nostalgia delle cose bruttine”. Esisterà una lunghissima parola in tedesco per definirla, forse.

ORA CHE SONO NATO: FAMIGLIA

Seppur descritti con grande acume e ironia, i genitori di Nato suscitano un mix di rabbia e pena: il padre visionario ma più scemo di una pietra, la madre anaffettiva e rabbiosa come un cane idrofobo. È da lei che appendiamo subito la verità: il loro matrimonio è un inferno ed era prossimo al fallimento già prima che nascesse Nato.

Il quale, comunque, non tarda molto a sentire l’assenza d’amore e affetto -ma anche di stima e rispetto- che caratterizza questa unione. Contrariamente a quanto ci si aspetterebbe da un bambino, Nato desidera il divorzio dei suoi genitori e si augura per loro un altro modo di essere felici da soli: eventualità questa, per i suoi genitori impossibile in quanto fondamentalmente inconcepibile.

É in tarda adolescenza che Nato comprenderà che quel matrimonio orrendo ma indistruttibile è in realtà un sodalizio: in assenza del partner -e dei suoi vituperatissimi limiti- ogni membro della coppia non sa essere altro, smette di essere se stesso. Anzi, smette di essere.

ORA CHE SONO NATO: SESSUALITÀ

Tra le motivazioni che rendono Fortunato estraneo alla sua famiglia -ma anche alla comunità in cui vive– ci sono il disinteresse per il calcio e per le ragazze, la passione per Non è la Rai, l’amore per la danza e la venerazione per le Spice Girls. Ancor prima che Fortunato sia cosciente del proprio orientamento, il padre vi vede degli inequivocabili indizi dei suoi gusti sessuali che vengono subito tramutati in motivi di sospetto, freddezza e anche aperto disprezzo.

Sono gli esempi positivi -pochi, in verità: l’amico di un’estate con la sua ostentata e frocissima libertà di pensiero- a permettergli di prendere coraggio. assecondare i propri desideri e compiere l’unico divorzio davvero necessario, quello dalla sua famiglia.