Seguici

Facebook
Twitter
Instagram
Newsletter

Tel Aviv e Gaza, lo stesso mare

Autore: Guido Caldiron
Testata: Il Manifesto
Data: 12 aprile 2019
URL: https://ilmanifesto.it/tel-aviv-e-gaza-lo-stesso-mare/

Intervista a Yishai Sarid, tra i protagonisti della nuova narrativa di Israele, autore de «Il Terzo Tempio» (Giuntina, 2018), «Il poeta di Gaza» e «Il mostro della memoria» (entrambi per e/o, rispettivamente 2012 e 2019). «Il personaggio di un mio libro, agente dello Shin Bet, manda all’aria la sua missione contro i terroristi in nome dell’amicizia con un vecchio palestinese. Solo se si ritroverà la via dell’incontro e dell'interazione umana si potrà riaprire la strada verso la pace che ora appare irraggiungibile».

Considerato tra i protagonisti della nuova scena letteraria israeliana, talvolta paragonato al compianto Amos Oz, Yishai Sarid ha già pubblicato cinque romanzi, tre dei quali sono usciti anche nel nostro Paese – Limassol – ll poeta di Gaza (e/o, 2012), Il Terzo Tempio (Giuntina, 2018) e Il mostro della memoria (e/o, 2019) -, nei quali affronta con grande maestria narrativa, e senza mai ricorrere a toni didascalici, alcuni temi centrali della società di Israele: dal conflitto con i palestinesi alla deriva religiosa della politica locale fino al rapporto con l’Olocausto. Avvocato e figlio di Yossi Sarid, tra i fondatori e a lungo presidente del partito di sinistra Meretz, Yishai Sarid ha vinto nel 2011 il Grand prix de littérature policière con Il poeta di Gaza.

I suoi romanzi sono profondamente «politici», nel senso che affrontano temi decisivi per la società israeliana, anche se la politica resta spesso sullo sfondo. Come scrittore, qual è il suo rapporto con la realtà quotidiana del suo Paese?

In ciò che scrivo credo di occuparmi di quella che si potrebbe definire come l’anima di Israele. Dal mio punto di vista si tratta di un soggetto affascinante e che mi permette anche di guardare molto più in profondità nella mia stessa anima. Del resto, gli aspetti esistenziali della psicologia israeliana, come della mia mente, sono molto legati alle questioni politiche. Ma non scrivo una rubrica su qualche giornale e posso perciò mantenere il più possibile la distanza dagli eventi di ogni giorno, concentrandomi invece sugli aspetti umani delle vicende, che considero più interessanti di ciò che leggiamo nelle news. Ad esempio, un libro come Il mostro della memoria l’ho potuto scrivere solo dopo diversi anni nei quali ho osservato il modo in cui il trauma dell’Olocausto ha influenzato me, la mia famiglia e l’intera società israeliana.

Nel suo romanzo più noto, «Il poeta di Gaza», un agente dello Shin Bet frequenta un anziano poeta palestinese al solo scopo di eliminarne il figlio, sospettato di essere un terrorista. Alla fine, però, prevarranno i suoi sentimenti. Ciò che provano gli individui potrebbero cambiare il corso delle cose?

La tragedia del confronto israelo-palestinese è che le persone di entrambi i campi non si relazionano più tra loro come esseri umani, ma come se fossero dei mostri gli uni per gli altri. Per questo ho messo volutamente il protagonista del romanzo in una posizione complessa: il suo incarico è di conoscere Hani, «il poeta di Gaza», e guadagnarne la fiducia, ma questo significa appunto vederlo prima di tutto come un altro essere umano. Alla fine i due diventeranno amici e questo metterà il giovane agente in conflitto con se stesso. Al punto da mettere a rischio la sua stessa vita pur di risparmiare quella del figlio dell’amico.

Una sorta di provocazione rispetto a come vanno le cose nella realtà…

Il problema è proprio questo. Al giorno d’oggi non c’è quasi alcun dialogo tra «noi» e «loro», e senza dialogo le persone si demonizzano a vicenda. Gaza e Tel Aviv sono a circa un’ora di macchina di distanza l’una dall’altra, condividono la stessa riva del mare e la stessa topografia, ma sono due mondi completamente diversi. Loro non possono entrare in Israele e noi non possiamo andare laggiù. L’unica interazione è fatta di fuoco e di morte. Quando il presidente egiziano Anwar Sadat atterrò all’aeroporto Ben Gurion nel 1977, sorrise e aprì le braccia verso gli israeliani, recuperando l’intero deserto del Sinai nel medesimo momento. Non c’è pace tra israeliani e palestinesi perché non c’è interazione umana, e pertanto non c’è neppure traccia di alcuna fiducia reciproca: la sola base perché le cose cambino.

Lei è cresciuto in una famiglia di sinistra. Come valuta l’esito di queste elezioni – l’egemonia della destra e la scomparsa dei progressisti -: cosa ci dicono della società israeliana?

Penso che molti israeliani abbiano perso progressivamente la speranza nella pace. E io stesso sono sempre più scettico al riguardo. Ci sono responsabilità pesanti in entrambi i campi. Per gli israeliani la grande delusione è venuta dopo che nel 1993 Rabin e Arafat avevano firmato gli accordi di Oslo con cui per la prima volta i rappresentanti dei due popoli si riconoscevano come legittimi interlocutori. Poi, però, è arrivata la serie di terribili attacchi kamikaze che si sono registrati tra il 1994 e il 1997 nel Paese. E a tutte le aperture arrivate da parte israeliana – da quella fatte da Barak a Camp David fino allo sgombero forzato dei coloni dalla Stricia di Gaza, deciso da Ariel Sharon -, è arrivata una risposta nel segno della violenza. Non si tratta della sola causa che ha condotto alla situazione attuale, ma penso che quanto è accaduto spieghi le ragioni del successo di Netanyahu negli ultimi tredici anni e del fallimento della sinistra israeliana. D’altra parte, se guardo a Israele, alla nostra anima, vedo sempre più cose che non sopporto. Vedo che stiamo diventando sempre più nazionalisti, intolleranti, razzisti… Certo, la situazione è bloccata, ma anche in circostanze difficili come queste non dovremmo dimenticare mai la nostra umanità. Ho riletto di recente un articolo scritto dalla poetessa Lea Goldberg nel 1948, durante una delle battaglie più terribili della nostra indipendenza. «Dobbiamo educare i nostri giovani e i nostri soldati a non odiare i nostri nemici, a non essere razzisti. Altrimenti tutto ciò finirà per distruggerci dall’interno». E disgraziatamente è proprio questo che sta accadendo alla società israeliana di oggi. Ma una cosa è difendersi, altro è trasformarsi in degli orribili razzisti.

Se questo è lo stato d’animo dell’opinione pubblica, appare difficile immaginare un cambiamento politico o una via d’uscita nel segno della pace.

Fino a quando gli israeliani non vedranno una reale possibilità di pace, il quadro politico non cambierà. Le persone non sono disposte a correre rischi maggiori e quasi nessuno crede ormai che la soluzione dei «due Stati» possa portare davvero pace e tranquillità. Inoltre, per la maggior parte dei miei concittadini il controllo militare dei Territori occupati potrebbe durare ancora per molti anni. La sinistra ha cercato di mettere in guardia l’opinione pubblica sul fatto che Israele stia diventando uno Stato di apartheid, ma per la maggior parte degli elettori tutto ciò è percepito come un rischio remoto, comunque non connesso in modo diretto con le loro vite. Infine, c’è da considerare il ruolo esercitato da Trump, che ha sostenuto apertamente la politica di Netanyahu a livello internazionale proprio nel momento in cui quest’ultimo sembrava avviato ad una possibile uscita di scena.

Il protagonista del suo ultimo romanzo, «Il mostro della memoria», fa da guida a gruppi di giovani israeliani negli ex lager nazisti. Analizzando la complessa percezione dell’Olocausto in Israele, la vicenda conduce ad un interrogativo sulla relazione tra forza e etica. In che modo tutto ciò interroga il presente?

Gli ebrei sono stati umiliati, perseguitati e uccisi per secoli in Europa, fino a quando non ne sono stati assassinati sei milioni durante l’Olocausto. Oggi, in Israele, siamo molto forti, ma portiamo ancora con noi i traumi del passato. Le immagini dell’impotenza ebraica degli anni Quaranta ci perseguitano: si tratta di un enorme trauma nazionale e personale, che non è mai stato guarito. La ferita è ancora aperta. In questo romanzo racconto come ai giovani israeliani, studenti e soldati, che visitano i campi di sterminio in Polonia, venga insegnato a non essere mai più deboli. Ma che dire delle altre «lezioni» dell’Olocausto? Quelle che ruotano intorno all’umanità, all’essere tollerante nei confronti degli altri, l’opporsi al razzismo? Credo che non siano insegnate a quei giovani altrettanto bene. Il risultato è una società dedita all’uso della forza e che si considera sempre come una vittima. Anche la religione ebraica è influenzata da tutto ciò e così, invece di un giudaismo umanistico, assistiamo allo sviluppo di una versione nazionalista e militarista del giudaismo, con Dio che ci guida nelle nostre guerre, come ho raccontato ne Il Terzo Tempio, dove descrivo il modo in cui, in un futuro che però ha anche qualche tratto del presente, il Regno di Giudea, guidato da un re che è anche il sommo sacerdote prende il posto dell’attuale Stato di Israele.