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Il Salotto - "Quant'è bella la vita da esseri liberi": intervista a Maurizio Fiorino

Autore: Carolina Pernigo
Testata: Critica letteraria
Data: 26 giugno 2019
URL: https://www.criticaletteraria.org/2019/06/maurizio-fiorino-ora-che-sono-nato-intervista.html

Non sono io che ho scelto Nato, è Nato che ha scelto me. Da tempo mi interesso di narrativa che affronta, in forme e linguaggi differenti, ma sempre con grande coraggio, con un'onestà spesso disturbante, le problematiche famigliari, le difficoltà dell'essere genitori, o dell'essere figli. Il romanzo di Maurizio Fiorino (trovate qui la recensione) deriva la sua efficacia dalla capacità di disinnescare attraverso un sistematico alleggerimento, che mai comunque banalizza, una situazione potenzialmente tragica. Come può crescere, in una famiglia del profondo Sud, che aderisce a valori tradizionali pur senza essere affatto tradizionale, un bambino profondamente, irriducibilmente, diverso? Come si definisce l'identità in un percorso di crescita costellato di elementi ostili? Queste sono solo alcune delle domande che la lettura solleva. Nato, osservando la realtà in cui è inserito da una prospettiva esterna, accetta i suoi cari ben prima di essere da loro accettato, ma anche di riuscire ad accettare se stesso. E del resto questi tre processi risultano, nel romanzo, profondamente interrelati, si condizionano reciprocamente. Per andare più a fondo, e soprattutto per conoscere meglio Nato, ho approfittato della disponibilità di Maurizio Fiorino, che ha subìto con grande spirito la mia incursione nel suo privato.

Ora che sono Nato è un romanzo di formazione, ma è anche a suo modo una saga famigliare. L'elemento particolare è che, a parte Nato, nessuno cambia davvero: alla fine il protagonista si troverà a dover accettare i suoi parenti esattamente come sono, carichi di incongruenze e di difetti. I tratti buffi, a volte grotteschi, dei comprimari sono però uno degli elementi di forza del romanzo, tanto che alcuni di loro – come Tina Griace – risultano talmente "veri" che finiscono per essere amati dal lettore nonostante facciano una parte pessima. Come mai, secondo te?

Credo sia dovuto al fatto che il libro è stato scritto come una sorta di pièce teatrale, o meglio il ruolo del protagonista, Nato, è quello dello spettatore. Il pubblico, paradossalmente, conosce molto più Nato di quanto lui conosca sé stesso. Come se il protagonista, a un certo punto della sua vita, invece di continuare a recitare, sia sceso dal palcoscenico, si sia messo comodo e abbia continuato ad assistere allo spettacolo che gli offriva la sua famiglia, quindi il mondo intero, visto che da bambini la nostra famiglia è il mondo intero. Ho cercato di ricreare un po' il paradosso pirandelliano – o pannelliano e alleniano, sono un fan sfegatato di Woody Allen: personaggi, o mostri sacri dipende dai punti di vista, per i quali alcune situazioni devono essere portate al loro limite estremo per meglio essere comprese.

A una prima lettura, il romanzo sembra dominato da un'ironia pungente, ma in realtà il fondo della storia è drammatico. Si avverte al di sotto della superficie qualcosa di profondamente serio, di profondamente personale. Cos'è? Da dove è arrivato Nato?

Nato arriva da un problema di incomprensione tra lui e la sua famiglia, quindi, come dicevo, fra lui e il mondo esterno. È come se parlasse un'altra lingua. L'alternarsi di drammaticità e quella che tu definisci, giustamente, un'ironia pungente è stato, a dire il vero, una sfida personale. Dopo due romanzi drammatici, il secondo soprattutto, avevo voglia di continuare un percorso che raccontasse sì le stesse tematiche, ma con toni diversi e soprattutto con un impianto linguistico differente. Per quanto riguarda la struttura narrativa più ironica, ho pescato nel poco conosciuto sense of humour calabrese che, pensa un po', ha similitudini con quello jewish: la figura della madre asfissiante, il senso di colpa perenne, la sensazione che tutti ce l'abbiano, sempre, con noi.

All'interno del testo, Nato fa una serie di incontri che saranno fondamentali per la sua emancipazione, penso a Dimitri – tra parentesi il mio personaggio preferito in assoluto – e a Sergio, il "futuro Papa". I due incarnano due modi opposti di vivere la diversità e di farsi carico dei propri sentimenti, da un lato l'assoluta naturalezza, la semplicità, la spontaneità, dall'altro la vergogna, la paura e il peso delle aspettative altrui, con tutto ciò che comportano. Mi pare però che, nella realtà in cui sono inseriti i personaggi, in questo “sud” ancorato alla tradizione, sia più comune il secondo atteggiamento rispetto al primo, che non a caso è portato da uno straniero, cioè l’Altro per eccellenza. Quali sono le tappe che attraversa Nato per arrivare a una piena accettazione di sé? Nel romanzo, gli anni più determinanti nel passaggio all'età adulta scivolano via molto in fretta: cosa succede, in questo non detto?

È successo che la stesura di Nato è avvenuta parallelamente a un mio percorso personale di crescita e analisi. È stato un percorso alquanto bizzarro: se da un lato mi conoscevo bene da adulto, dall'altro non ricordavo nulla di me bambino. Volevo fosse chiaro il messaggio che tutto ciò che ci accade nella vita da adulti è solo un riflesso di quello che abbiamo visto da bambini. La nostra idea di amore e affetto, nonché di autostima, è inevitabilmente legata al modo in cui siamo stati tirati tu. Mi interessava raccontare questo aspetto della psiche umana e poi, anche, far lavorare un po' il lettore. Penso non sia difficile immaginare che tipo di adolescente e adulto sia diventato Nato ed è giusto che chi legge tragga le sue conclusioni. Come hai sottolineato, la sua evoluzione avviene per lo più grazie a degli incontri fortuiti che hanno caratterizzato le sue estati spensierate: penso a Dimitri che, per primo, gli ha mostrato quant'è bella la vita da esseri liberi.

Nel leggere il romanzo, a me è sembrato evidente un influsso della tua attività di fotografo, nel taglio delle immagini, la scelta delle inquadrature, un certo gusto per i ritratti. Ritieni che guardare il mondo attraverso un obiettivo incida sulla percezione, e quindi sulla scrittura?

Inizio a scrivere con delle immagini chiare nella testa, e la parola prende forma da quelle fotografie mentali, come se occupasse uno spazio che altrimenti sarebbe difficile penetrare. La fotografia mi aiuta a mettere a fuoco e, per quanto sia un'arte introspettiva e profonda, non riesce mai a scavalcare dei limiti che, invece, la scrittura può e deve superare. Penso, banalmente, agli stati d'animo. Puoi descriverli, ma non fotografarli, se non a un livello puramente elementare, quasi romantico, che certo va anche bene. Una fotografia racconta, un romanzo mostra.

Mi dicevi che tu e Nato siete stati "adottati" da una classe di una scuola superiore, nell'ambito di un progetto del Salone del Libro di Torino. Com'è stata quest'esperienza? Come i ragazzi hanno accolto Nato? Cos'hanno visto di lui?

Hanno accolto Nato nel miglior modo possibile, come un amico, forse un fratello. E hanno avuto la pazienza di fermarsi un attimo e ascoltare quello che Nato voleva dirgli e io, da autore, sono rimasto sorpreso dalla loro curiosità, pazienza, e apertura nei confronti di argomenti che, magari, nelle classi vengono toccati furtivamente o in maniera sbrigativa. Penso alla sessualità, per esempio, oppure al ruolo dei genitori nella formazione di un figlio ma anche al terremoto che si scatena in una famiglia con l'arrivo di un figlio diverso dagli altri. È stata un'esperienza che mi ha fatto crescere e mi ha dato fiducia nelle nuove generazioni. Sembra scontato, forse lo è, ma ogni tanto, specie di questi tempi, sapere che il mondo un giorno sarà in mano loro, mi rende fiducioso in un futuro più libero. A un ragazzo ho chiesto quali strategie mette in pratica per conquistare una ragazza e lui, candidamente, mi ha risposto «le do la cosa più preziosa che ho. Il mio tempo».