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“Il mostro della memoria” di Yishai Sarid

Autore: Felice Laudadio
Testata: Sololibri
Data: 15 luglio 2019
URL: https://www.sololibri.net/Il-mostro-della-memoria-Sarid.html

Mai accettare le crudeltà del passato, mai tollerare le manifestazioni più feroci dell’uomo. Se il monito a non ripetere gli errori non viene appreso, anche tragedie spaventose come l’Olocausto degli ebrei si riducono alla sola, arida successione di numeri e di contabilità. Ma non commettiamo l’errore inverso, di caricare di retorica quella pagina inaccettabile del Novecento, che rischia di diventare “Il mostro della memoria” e divorare emozioni e sentimenti. È il titolo del romanzo-autocoscienza di uno scrittore israeliano, Yshai Sarid, pubblicato a gennaio dalle Edizioni E/O (144 pagine, 15 euro). Lo scrittore e avvocato di Tel Aviv è una voce contemporanea che riflette sull’atteggiamento di oggi nei confronti del dramma vissuto dal popolo d’Israele a metà del secolo scorso. Una voce che rielabora, in un modo che qualcuno definirebbe catartico, ma che appare sincero e decisamente coraggioso. È la confessione di un turbamento interiore e di un atteggiamento deviante rispetto alla compassione omologata di tanti, alla condivisione conformista di un dolore che dopo quasi ottant’anni è solo di facciata.

Si tratta di un romanzo sull’Olocausto, ma non ci si aspetti una storia scontata, convenzionale: empatia nei confronti delle vittime, solo odio verso i carnefici. Le vicende dello sterminio ci sono, ma a sembrare diverso è l’atteggiamento verso il genocidio dei correligionari. Non sapremo come si chiama il soggetto narrante, che manifesta le sue “non emozioni” in una lettera immaginaria al direttore dello Yad Vashem, l’ente per la memoria dell’Olocausto che gestisce il grande museo e il Giardino dei Giusti a Gerusalemme. Il protagonista scrive in prima persona e sostiene di aver sempre creduto nello studio della storia. Personaggi ed eventi gli infondono sicurezza e nei libri tutto è definito, niente può cambiare. Al confronto, la narrativa resta invece soggetta ai capricci individuali. Dopo il servizio militare nell’esercito israeliano come carrista, al momento di scegliere la professione, ha respinto l’alternativa tra un futuro nella diplomazia ed uno da studioso dell’Oriente, scegliendo di sbarcare il lunario in patria come storico. Dopo un dottorato di ricerca sulla Shoah, finanziato con una piccola borsa di studio offerta da una famiglia ebrea statunitense, apprende quel tanto di tedesco che basta per leggere i documenti delle SS. Conduce una tesi sulle “analogie e differenze nella macchina dello sterminio”, confrontando i sistemi di selezione, uccisione e detenzione nei campi in Polonia: Chelmo, Treblinka, Belzec, Sobibor, compresi i due anche di lavoro, Maidanek e Auschwitz.

Da storico, esamina razionalmente le varie fasi, le scompone in dettagli tecnici asettici: tecniche, manodopera, metodiche, da quando i prigionieri venivano fatti scendere dai vagoni fino allo smaltimento di corpi e ceneri. Un procedimento complesso, regolato con accuratezza pignola dal disciplinato apparato organizzativo tedesco. Si sorprende ad apprezzare la precisione burocratica con cui tranquillizzavano gente sconvolta che si ritrovava accanto ai binari, gestivano la raccolta ordinata di vestiti e bagagli, la rasatura dei selezionati, il trasferimento dei condannati inconsapevoli verso le camere a gas. Distingue il tipo di tossico impiegato, la suddivisione dei compiti del personale: ricerca di oro sui cadaveri, trasferimento e smaltimento dei resti. Legge centinaia di libri, documenti, testimonianze sulla vita e la morte nei lager. E più procede, più si fa strada in lui la mancanza di sentimenti nei confronti delle vittime. Messa su famiglia, per arrotondare partecipa a un concorso come guida nello Yad Vashem e sorprende la commissione ricostruendo perfettamente la rivolta antinazista di Varsavia. Il posto è suo.

È solo l’inizio di un’escalation dei compiti di “incaricato ufficiale della memoria”, che lo porta in Europa, ad accompagnare scolaresche a Varsavia e sui luoghi simbolo dell’Olocausto. Il campo polacco di Maidanek è quasi intatto, raggiunto dai russi prima che i tedeschi potessero distruggere le installazioni. Si compenetra talmente nel compito, da assumerne solo gli aspetti divulgativi e smarrire del tutto la componente empatica, la partecipazione al dolore di chi lì è stato ucciso o detenuto. Comincia a pensare che almeno una parte degli attuali anziani e sofferenti superstiti possano essere sopravvissuti per aver goduto allora di condizioni migliori, in qualità di kapò o collaboratori dei tedeschi, nella complessa organizzazione del genocidio sistematico. Ma non si può sfuggire alla storia, neanche se da ebrei si prova rabbia per la debolezza con cui i correligionari hanno subìto la strage senza ribellarsi, qualcuno collaborando anzi con il boia. Non può sfuggire, lui, perché le ombre dei gasati ritornano, sente i loro lamenti, la crudeltà di quanto compiuto resterà per sempre nella nebbia di Birkenau, sulla neve candida tra le baracche di Auschwitz. Non c’è pace tra i morti per l’Olocausto.