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Éric Vuillard e l’inedito vocabolario narrativo della rivolta

Autore: Guido Caldiron
Testata: Il Manifesto
Data: 24 settembre 2019
URL: https://ilmanifesto.it/eric-vuillard-e-linedito-vocabolario-narrativo-della-rivolta/

Della «guerra dei contadini» tedeschi del XVI secolo hanno scritto in molti, da Engels a Bloch per non citare che i più noti, e anche in chiave romanzesca, ma forse nessuno si era spinto ad incontrare Thomas Müntzer, il predicatore che di quella rivolta fu uno dei simboli e dei volti, con la febbrile empatia che ha mosso Éric Vuillard per il suo La guerra dei poveri (e/o, pp. 96, euro 9). Lo scrittore e cineasta francese, vincitore nel 2017 del Goncourt con L’ordine del giorno (e/o), sul sostegno degli industriali tedeschi al montante nazionalsocialismo, aggiunge così un tassello al suo prezioso lavoro di scrittura intorno alla Storia che l’ha portato ad occuparsi dell’eredità coloniale europea, della conquista dell’Ovest americano come della Seconda guerra mondiale.

Leggendo «La guerra dei poveri» si ha l’impressione che la storia di Thomas Müntzer e dei suoi compagni, a suo giudizio interroghi il nostro presente.

Si è soliti credere che il passato ci possa aiutare a comprendere meglio il presente, ma in realtà le cose stanno un po’ diversamente: perché ci sia utile, dobbiamo guardare a quanto è accaduto con lo sguardo di oggi, e forse coglieremo qualcosa che si era sfuggito fino ad ora. È il presente che ci aiuta a leggere il passato. Procedendo in questo modo, il primo elemento che emerge riguardo a quella che è stata a lungo ribattezzata come «la guerra dei contadini» – l’insieme delle rivolte che avvennero in Germania tra il 1524 e il 1526, anticipate da analoghe sommosse avvenute in Inghilterra – è che in realtà proprio in lingua tedesca si tratta di un fenomeno che viene descritto anche come «l’insurrezione dell’uomo ordinario», «la rivolta della gente comune». Una definizione che sembra riguardare fenomeni che si svolgono ora, sotto i nostri occhi.

Sta pensando ad un movimento come quello dei gilet gialli?

Anche a loro, ma non soltanto. Nel senso che si tratta di un modo di descrivere un fenomeno eterogeneo che raccoglieva indubbiamente molti contadini, ma non si limitava soltanto ad essi, ma coinvolgeva i poveri nelle città come nelle campagne: artigiani, minatori, piccoli commercianti. Qualcosa che ha più di un punto in comune con l’attualità che ha visto emergere movimenti sociali che non sono più «inquadrati» da sindacati e partiti e che non raccolgono più soltanto i settori operai, o il proletariato, ma coinvolgono diversi ambienti sociali, tra loro anche molto differenti.

Un altro elemento di quella rivolta che a suo avviso chiama in causa il presente è legato proprio alla figura di Müntzer.

In effetti, è piuttosto raro che un membro del clero, o volendo utilizzare il vocabolario del XIX e del XX secolo, «un intellettuale», si mescoli in prima persona alle vicende del popolo, fino a diventare il simbolo e la guida di una rivolta. Certo, nel corso del tempo abbiamo avuto molte figure che hanno fatto di questa la loro causa, penso a Hugo, Zola, allo stesso Sartre, ma con Müntzer siamo su un altro piano: quello della partecipazione diretta agli avvenimenti. Inoltre, anche le sue idee si sono nutrite del suo rapporto con il popolo. In qualche modo è come se lui avesse vissuto due volte la riforma: la prima quando lasciò la Chiesa cattolica per seguire le idee di Lutero, la seconda quando si trasformò in predicatore itinerante, impregnandosi delle rivendicazioni di contadini, minatori, operai e piccoli commercianti che incontrava. Così, il suo sapere si è andato formando in modo democratico, plurale diremmo forse oggi.

I suoi personaggi si muovono nel presente dell’epoca nella quale hanno agito, ma attraverso la scrittura lei sembra volerli rendere nostri interlocutori.

La guerra dei poveri è prima di tutto il racconto di un movimento di lungo corso. Esiste una resistenza continua, endemica, all’ingiustizia, al potere che ha lasciato nella Storia una lunga scia di rivolte, di sollevazioni. La Riforma è una data importante di questa storia collettiva. Gli uomini pensano di essere uguali e liberi, e se lo sono detto, ad ogni occasione, in una lingua che era quella del loro tempo. Nel XVI secolo, il cristianesimo era la sola ideologia che conoscevano e così si ribellarono in suo nome, nel nome di una lettura più viva e più fedele della Bibbia. Perciò, si può osservare che la storia dell’umanità, del pensiero, come quella sociale è profondamente legata alla lettura, alla scrittura. Ne deriva quanto la letteratura sia necessariamente coinvolta in tutto questo e ci metta in condizione di dialogare con i protagonisti di questa lotta costante. A patto, beninteso, che non tenga a distanza. E prenda parte accanto a ciò che racconta.

Tutto ciò interroga anche il rapporto con la violenza che viene descritta: come si pone in questo caso?

Prendiamo L’ordine del giorno: ci sono soltanto scene d’interni, degli industriali e degli uomini di Stato che si incontrano in un teatro deserto. Non viene sparato nemmeno un colpo, eppure ciò che descrivo è il peggio che si possa immaginare. Tutto è oggetto di trattativa, si negozia a oltranza, la violenza è sullo sfondo, ovattata, pianificata domina in realtà l’orizzonte. La morte degli altri non ha peso nei calcoli di questi uomini e certo non gli toglierà il sonno. La violenza non è nel libro, è nella Storia, proprio come la miseria non era ne Lo scannatoio di Émile Zola, ma nelle strade della Parigi dell’epoca.

A proposito di Müntzer lei scrive che «un uomo orgoglioso è un uomo che si considera uguale agli altri». Al centro del libro c’è il tema della diseguaglianza e la considerazione, fatta dallo stesso predicatore, che sono i potenti, con le loro scelte nei confronti dei poveri, a rendere perenne, e inevitabile, la rivolta.

Le parole di Müntzer, scritte più di cinque secoli fa si indirizzano a noi: quasi che «l’uomo comune» protagonista di quell’insurrezione ci mandi dei segnali attraverso il tempo. Inoltre, in un contesto nel quale ci si chiede di cedere costantemente sulle nostre convinzioni in nome di un pragmatismo dal mio punto di vista decisamente discutibile, è normale che l’orgoglio riemerga non come un eccesso di amor proprio, ma come strumento contro la rinuncia. Le nostre democrazie sono così inique e gerarchizzate che ci vogliono delle buone difese perché ci si sottragga al gioco che ci vorrebbero imporre. Così, quando, dopo una manifestazione, è apparso sull’Arco di Trionfo a Parigi un graffito che diceva «I gilet gialli trionferanno», ho pensato che si trattasse di un segno d’orgoglio legittimo e salutare.