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Simone De Beauvoir, un'amica

Autore: Giulietta Rovera
Testata: Leggere donna
Data: 10 gennaio 2020

È in libreria Simone de Beauvoir. Sulla liberazione della donna,a cura di Anna Maria Verna (€ 8, pg. 96, edizioni e/o). L’intervista che nel ’77 Verna fece a Beauvoir non è un inedito: ma è significativo che le edizioni e/o la riproponganoesattamente 70 anni dopo la pubblicazione di quel classico del femminismo di Beauvoir che è Il secondo sesso.

Incontro Anna Verna nella sua bella casa torinese, che si affaccia su un ampio viale alberato. Com’è nata l’idea dell’intervista? «Stavo facendo con Delia Valenti un lavoro su donne e cultura: un raffronto fra Simone de Beauvoir e Luce Irigaray, perché all’epoca c’era il dibattito sul tema della specificità femminile o sull’eguaglianza. Conoscevo Beauvoir e ho pensato di domandarle se era d’accordo a rilasciare un’intervista da allegare al saggio, e lei accettò. I temi affrontati sono quelli che si dibattevano all’epoca: specificità, violenza, linguaggio». Quindi, non vi siete conosciute in occasione di quell’intervista. «No. La frequentavo da anni». Era difficile da avvicinare? «Era facile il primo approccio. Poi, se la cosa funzionava, bene; altrimenti era finita.» Con Anna funzionò. Il loro primo incontro risale alla seconda metà degli anni Sessanta, quando lei è una giovane studentessa. «Le scrissi e lei mi rispose, dandomi indirizzo e numero di telefono e invitandomi a andare a trovarla a Parigi». Anna va a Parigi e incontra Simone. «Abitava in una via dietro il cimitero di Montparnasse, al pianterreno, in un meraviglioso studio da pittore con vetrate altissime: un unico ambiente con la scaletta interna, tende rosse, divani gialli, poltrone viola, qualche lampada, pochi libri – pochi, perché leggeva e buttava. Un ambiente fantastico, la casa di una giovane. Questo senso di giovinezza non ha mai abbandonato Beauvoir». Poco alla volta, Anna dischiude la porta sui ricordi. «La prima volta che l’ho incontrata, non riuscii ad afferrare tutto quello che diceva perché parlava a una velocità assoluta. Mi fece delle domande alle quali rispondevo un po’... esitante. Ma lei mi sollecitava, osez, osez, mi diceva. Al momento di accomiatarmi, mi invitò a scriverle ancora, a ritornare a trovarla». È l’inizio di una serie di incontri, di un rapporto destinato a diventare un legame fortissimo. «Con lei si poteva parlare di tutto. Se non condivideva il tuo punto di vista, diventava polemica ma sempre conservando razionalità e lucidità. Qualche volta, però, l’ho vista diventare aggressiva». Anna sorride al ricordo: «Eravamo al ristorante Voltaire sul quai lungo la Senna, quando si avvicina un distintissimo signore, la saluta e accenna a un saggio che aveva scritto su Giacometti. Lo sterminò senza scomporsi, dicendogli che aveva scritto un libro pieno di menzogne descrivendo un Giacometti diverso da com’era in realtà. Dopodiché, ignorò il povero Cristo e riprese a mangiare e chiacchierare. Aveva di queste reazioni violente, come se fosse stata bruciata sul vivo». Polemica è stata nei confronti dei gruppi che si rifacevano alla specificità. «Con costoro, c’erano rapporti di vera battaglia, di contrasto assoluto. Tollerava solo Hélène Cixous, per la sua levatura e perché le sue teorie sulla differenza erano differenti da tutte le altre». Il mondo di Beauvoir non si limitava al femminismo. Amava il cinema, leggeva moltissimo: libri, manoscritti di chi chiedeva il suo parere. Aveva aperto «Les Temps Modernes» alle tematiche femminili, che seguiva puntualmente. E aveva un fortissimo interesse per la politica, la questione mediorientale che a quel tempo era di bruciante attualità. «I rapporti con i politici erano pessimi. Eccetto che con Mitterrand, perché aveva aperto alla questione delle donne, fra l’altro nominando Yvette Roudy ministra dei diritti della donna. Con lei, Beauvoir stabilì un buon rapporto. Ricordo che quando partecipava alle riunioni della commissione presieduta da Roudy, al Ministero, l’aspettavo sugli Champs Elysées, poi andavamo insieme al Copenague, un ristorante lì vicino: si mangiavano piatti danesi, bevendo acquavite». C’è qualcuna che possiamo considerare sua erede? «Beauvoir è stata una personalità unica, irripetibile. Con lei, non c’era posto per le mezze misure: o la detestavi o l’amavi appassionatamente. Aveva uno charme straordinario e una capacità involontaria di creare simboli, cioè aveva un tipo di personalità e di fisicità che inducevano a mitizzarla. Per questa sua caratteristica mitopoietica, si può dire che in tanti hanno raccolto il suo messaggio, non che abbia passato il testimone a qualcuno». Era una donna che lasciava trapelare il lato emotivo della sua personalità, o aquello era vietato l’accesso? «Era una donna segreta. In lei, c’era l’aspetto pubblico, che riguardava la politica, il femminismo, le prese di posizione teoriche, e quello segretissimo, che riguardava la sfera dei sentimenti. Non è che non ne parlasse... poteva condividere le cose sue, ma fino a un certo limite. E questo anche nei suoi scritti. L’ha ribadito più volte nelle interviste. Poi col femminismo è stata più disponibile, ma di fatto un confine invalicabile ha sempre racchiuso la sua sfera privata, sessuale». Che cosa ha rappresentato per lei la scomparsa di Sartre? «E stato un fatto devastante, perché ha significato non solo la fine di Sartre, ma la fine di una vita, di un modo di essere, di un rapporto, per quanto col tempo si fosse sfilacciato o fosse diventato un’altra cosa. Quando Sartre si ammalò, passava spesso la notte accanto a lui. La mattina, mi trovava ad aspettarla all’angolo del Dôme o in rue Delambre: era distrutta dalla stanchezza, dall’angoscia». Poi si riprese. «Fino a un certo punto. Con l’età, cambiò. Diventò sentimentale, la sua voce da rocailleuse si fece normale, la velocità del linguaggio rallentò. Cominciò ad avere acciacchi di vario genere, a bere, a rifiutare il cibo. E cominciarono i ricoveri in ospedale. Ricordo una volta, all’ospedale in Boulevard Jourdan. Riuscii a farle inghiottire qualche boccone, mi avvicinai e le sfiorai le labbra, che si screpolarono... È morta come avrebbe voluto: nel sonno, senza accorgersene». Che cosa ti ha dato questo rapporto? Lo sguardo verdissimo di Anna sfiora i libri che giacciono impilati, accatastati, ammucchiati un po’ ovunque in questa stanza dove lavora. La giovane donna che aveva bisogno di essere incoraggiata, ha imparato a oser: dopo la laurea in Sociologia all’Università di Trento, Anna Verna ha intrapreso la carriera accademica, diventando docente di Storia della donna alla facoltà di Scienze politiche all’Università di Torino; ha pubblicato saggi fondamentali nel campo degli Women’s Studies, dalle Donne del Grand Siècle a Scrittrici a Parigi. E poco alla volta, è emersa la sua dote di scrittrice di vaglia. «La caratteristica di Beauvoir dice era la giovinezza. Era una donna piena di curiosità, curiosità verso chi aveva di fronte, piena di attenzione alla vita. Con lei non avevi la sensazione che fosse tanto più vecchia di te; era come essere con una compagna, con un’amica che voleva sapere tutti gli affari tuoi, li condivideva, e sulla quale potevi contare sia affettivamente sia intellettualmente. Con lei non esistevano censure, avevo la possibilità di parlare di qualsiasi cosa, e credo di non essere mai stata tanto ascoltata con tanta attenzione, tanta partecipazione. Di rado ho incontrato una persona che abbia voluto la mia felicità così fortemente. Aveva la rarissima capacità non solo di ascoltarti, ma di capire che cosa volevi fare, dove avevi intenzione di andare. E ti aiutava. Quindi, indipendentemente dalle questioni intellettuali, dal femminismo, posso dire che mi ha dato moltissimo dal punto di vista del rapporto in sé, perché è stata importante per la mia crescita personale».