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La guerra dei poveri

Autore: Fabio Massimo
Testata: Amanti dei libri
Data: 13 gennaio 2020
URL: https://www.amantideilibri.it/la-guerra-dei-poveri-eric-vuillard/

La rivolta

Gli esasperati sono così, un bel giorno quello ch’è troppo è troppo. Tra il 1524 e il 1526 infuriò in Germania e si estese ad Austria, Svizzera e Alto Adige la rivolta dei contadini scatenata dal predicatore protestante Thomas Muntzer. Venne repressa nel sangue, ma infiammò parte dell’Europa e minacciò i nobili e l’ordine costituito. Eric Vuillard la ricostruisce con un taglio romanzesco in un rapidissimo, eccellente volumetto, “La guerra dei poveri”, pubblicato da e/o ad agosto 2019 (91 pagine, 9 euro), nella traduzione dal francese di Alberto Bracci Testasecca. L’edizione originale oltralpe è sempre del 2019, a firma dello scrittore e cineasta lionese, che per i tipi sempre delle edizioni romane ha già proposto in Italia, il precedente “L’ordine del giorno” (2018), sull’ascesa del nazismo, un testo che ha meritato il premio Goncourt.

Thomas Muntzer

Muntzer nacque nel 1489 a Stolberg, in Vestfalia, figlio di un uomo giustiziato per ragioni imprecisate su ordine del conte locale. Qualcuno dice impiccato, altri bruciato, nei primi del 1500. Thomas aveva 11 anni. A 15 fondò una lega segreta contro l’arcivescovo di Magdeburgo e la Chiesa di Roma. Viveva con la madre, probabilmente in gravi ristrettezze e leggeva avidamente le Sacre Scritture e le vite dei martiri. C’era stata la rivoluzione della stampa e in tre anni, il tempo impiegato da un amanuense per copiare pazientemente la Bibbia a mano, uscivano dai torchi 180 esemplari dell’Antico Testamento, che ora poteva finire nelle mani di tutti ed essere letto in autonomia. Andò a studiare a Lipsia, fu “pretonzolo” di qua prevosto di là, si avvicinò all’interpretazione luterana e nel 1520 venne nominato predicatore nella sassone Zwuickau. Predicatore? Era tanto deciso e furente nelle sue esternazioni anti ecclesiastiche, da essere un autentico infiammatore dei poveri. Oltre a trascinare folle di diseredati, per ora con la sola parola, prese ad inviare lettere a nobili e potenti, con l’ardire d’ingiungere loro di umiliarsi davanti ai “piccoli”. Apostrofava importanti interlocutori come “ miserabile sacco di vermi”, si firmava “ distruttore degli empi” o anche “ Muntzer armato del gladio di Gedeone”. Più che ispirato, era esaltato. Ammoniva i possidenti che “ non si può seguire Dio e la ricchezza”, sosteneva che “i l Signore dei cieli e il popolo parlano la stessa lingua”, andava gridando “ bisogna uccidere i sovrani”. Era quello che chi non aveva niente voleva sentire!

Non credeva nei sacramenti

La rivolta montava. Da religioso se ne infischiava di riti e sacramenti, convinto che contasse la sostanza. Poco gli importava, ad esempio, del battesimo da grandi o da piccoli: “ l’unico battesimo è quello spirituale, che ciascuno avverte nel profondo e che lega la sua anima a Dio”. Se la prendeva con le preghiere in latino, incomprensibili per il popolo, una vera barriera culturale. Parlava di cose religiose in tedesco e per la prima volta quei semplici ascoltavano un prete che si esprimeva nella loro lingua e li avvicinava alla parola del Signore, da lui interpretata. “ Nella chiesa di Allsted Dio parla tedesco”, scrive Willard. Ma i principi e i nobili non potevano tollerare un predicatore che denunciava i patrimoni come sterco del demonio ed evocava la distruzione di regni e possedimenti. Il 17 marzo 1525 insorse Mullhausen, troppo presto secondo Muntzer, ma le rivolte divampano quando la gente vuole. Prese per questo la palla al balzo, chiamando alla sollevazione villaggi e città. Il cuore sia l’armatura dei combattenti semplici, la povertà la loro vera arma.

Popolani in marcia

Potere al popolo: è quello che si sentirebbe scandire se la rivolta scoppiasse ai nostri giorni, ma mezzo secolo fa non si sfilava nelle strade delle città, un fiume di cenciosi invadeva campi e sentieri. Erano contadini affamati e poveri artigiani e manovali, in marcia contro i simboli del potere: mura, fortezze e campanili. Ostacoli venivano superati, bastioni distrutti, guarnigioni sopraffatte, castelli rasi al suolo. Mancava organizzazione, lo spontaneismo non si coagulava in una strategia efficace, le forze non si univano, ognuno infliggeva un colpo dove voleva, poi si ritirava, lasciava fare ad altri. Inevitabile la reazione dei potenti, che contavano su truppe di veterani, gente abituata al combattimento. Frankenhausen chiese aiuto all’esercito della plebe, perché accorresse in soccorso. Ma non c’era un esercito. Muntzer arrivò con appena trecento uomini. Non aveva cavalleria e artiglieria, solo poche bombarde. Contro, trova colonne principesche ben addestrate e sicure dei propri mezzi. Altri reparti ostacolavano l’afflusso di rinforzi ribelli. Aveva il comando il duca Alberto di Mosfeld, poi sopraggiunse anche Filippo d’Assia con ottocento cavalieri e tremila fanti agguerriti. Era maggio del 1525. Muntzer venne catturato. Non bastava giustiziarlo, andava demolita la fiducia in lui. Venne fatta circolare una dichiarazione in cui rinnegava quanto aveva predicato. Era falsa. È morto com’è vissuto, urlando la sua verità.