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Nord Africa - «La Tunisia ha una società civile che ama la vita e i diritti: così resiste. Ma la Rivoluzione dei Gelsomini non ha portato libertà e giustizia»

Autore: Viviana Mazza
Testata: La Lettura - Corriere della Sera
Data: 12 febbraio 2017

L'aringa era in origine un pesce gigantesco. Quando c’era la luna piena diventava bianchissima, mentre per il resto del tempo era nera come la pece. Chi la pescava prima che perdesse quel candore, trovava sulla sua testa, sul lato sinistro, una pietruzza che, se ingerita, conferiva un’energia sessuale infinita e impediva di invecchiare. Se però la crescita del pesce giungeva a compimento senza che fosse pescato, cominciava a marcire a partire dalla lisca e dalle spine.

Questa leggenda è un’invenzione di Shukri al-Mabkhout, rettore universitario tunisino che con il suo primo romanzo, L’Italiano (pubblicato ora da E/O) ha vinto nel 2015 il Premio internazionale per la fiction araba, il cosiddetto Booker arabo. È raccontata, in un momento clou del libro, la notte del 6 novembre 1987, in cui il protagonista — leader studentesco di sinistra, chiamato «l’Italiano» per il suo bell’aspetto — tradisce la moglie Zeina con la migliore amica Najla, proprio mentre il golpe del ministro Zine Abidine Ben Ali tradisce il padre dell’indipendenza Habib Bourguiba. La leggenda dell’aringa spiega il destino della Tunisia, si limita a dire, laconico, Al-Mabkhout.

Che cosa la accomuna ad Abdel Nasser, l’Italiano del libro?

«Vorrei essere l’eroe che le lettrici sognano di incontrare, ma il mio non è un romanzo autobiografico. Mi identifico di più con Zeina: come lei, negli anni Ottanta, ero uno studente di sinistra critico sia della sinistra che degli islamisti. Come Abdel Nasser ho fatto il giornalista e ho visto come la paura porta alla censura: in apparenza nulla era vietato, ma regnava l’omertà. Questo romanzo è la storia della generazione cui appartengo: giovani che sognavano il cambiamento, la rivoluzione, e hanno creduto nei valori di giustizia e libertà, benché soffocati dalla dittatura».

Perché racconta l’epoca di Bourguiba e di Ben Ali anziché la Rivoluzione dei Gelsomini del 2011?

«Scrivere un romanzo richiede un certo distacco: difficile raccontare oggi la rivoluzione. Ma sono stati entrambi periodi di trasformazione. Dopo l’indipendenza nel 1956, la storia della Tunisia si è evoluta come in una spirale. Lo Stato fondato da Bourguiba e dall’élite modernista ha introdotto progressi profondi, ma il dispotismo lo ha deteriorato. A sua volta, Ben Ali ha sviluppato il progetto statale che imponeva il dominio degli ambienti economici e internazionali, in particolare il Fondo monetario internazionale, per instaurare un regime liberista. Nonostante alcuni successi, la corruzione è aumentata senza precedenti e la dittatura si è rafforzata. La speranza di recuperare libertà e giustizia, che ha guidato la rivoluzione del 2011, non si è concretizzata con la caduta di Ben Ali. Oggi ci troviamo di fronte a una rivoluzione passiva, nel senso gramsciano del termine. Il nuovo regime, che dovrebbe attuare la rivoluzione, fatica a vedere la luce a causa della presa che il vecchio sistema e i suoi difensori mantengono sullo Stato».

La Rivoluzione dei Gelsomini è considerata l’unica Primavera araba riuscita: il vostro presidente eletto dal popolo, Beji Caid Essebsi, ha appena visitato l’Italia. Quali sono le ragioni del successo? E che ruolo hanno avuto gli islamisti?

«A differenza di Paesi come la Libia, noi avevamo già uno Stato moderno e una società civile solida con strutture come l’Unione generale dei lavoratori e il quartetto del dialogo nazionale che ha ricevuto il Nobel per la Pace nel 2016. Ma cruciale è stata la separazione tra esercito e politica voluta da Bourguiba. Se la rivoluzione tunisina si è potuta compiere, è stato grazie a tutti questi aspetti, sopravvissuti anche sotto la dittatura di Ben Ali. In Tunisia la rivoluzione ha cambiato gli islamisti, ma loro non sono riusciti a cambiare il Paese e dopo aver visto che cosa è successo in Egitto (il golpe dell’esercito contro i Fratelli musulmani, ndr) hanno capito che non potranno mai governare con una mentalità religiosa fascista un popolo come quello tunisino, che ama la vita e ha fatto passi da gigante nel campo dei diritti delle donne. Detto questo, le rivoluzioni devono rompere col passato: in Tunisia non è avvenuto. I cambiamenti si riducono a ristrutturazioni e tentativi di miglioramento all’interno del vecchio regime. I tunisini non sono rivoluzionari che hanno sconvolto rapporti di produzione e ordine sociale».

C’è contraddizione tra islam e democrazia?

«Non c’è. Ma il punto è: di quale islam stiamo parlando? Dell’islam tradizionale con le sue dottrine retrograde o dell’islam progressista? C’è bisogno di una rivoluzione nella fede, capace di produrre un’interpretazione coranica all’altezza dei tempi, che sia il fondamento di una civiltà universale. Considero l’islam un’energia spirituale creatrice. Sono le percezioni dei musulmani che devono evolvere».

Perché la Tunisia è diventata terra di reclutamento per l’Isis?

«I giovani tentano di entrare clandestinamente in Italia, vogliono studiare in Germania, sognano l’America, ma tutte le vie sembrano bloccate. Credono che la vita sia un inferno in Tunisia e cercano il paradiso in un’Europa che volta loro le spalle. Che cosa resta? Il nulla, che li spinge alla scelta suicida dell’Isis. Le nostre società sono un’immagine di sconfitta e disperazione, di corpi oppressi e sogni abortiti. Che cosa rimane se non la speranza di un paradiso metafisico dove donne e denaro li strappino alla miseria sessuale e materiale, e dove l’eroismo è offerto nella lotta all’“Occidente sacrilego”?».

Che cosa pensa delle politiche di Trump verso i musulmani?

«L’Occidente si propone come il faro dei diritti umani, ma vediamo emergere contraddizioni tra gli ideali e le azioni in questi tempi di difficoltà economiche. Trump sta tradendo i valori dell’Umanesimo».

I suoi personaggi femminili sono forti, indipendenti. Sono così le donne tunisine?

«Nel romanzo le donne lavorano, ciascuna a suo modo, per emanciparsi dall’oppressione maschile e dalla povertà in una società conservatrice. Zeina è stata spezzata dall’incesto commesso dal padre e dal fratello, ma con la cultura e lo spirito critico si distingue. Jnina costruisce la sua libertà con il carattere e la seduzione. Najla offre il suo corpo con coraggio ma, non avendo la consapevolezza di Zeina né la forza di Jnina, si ritrova intrappolata in una società dei consumi che la rende parte dello spettacolo».

Il romanzo è stato censurato negli Emirati Arabi e in Kuwait...

«La censura araba a volte colpisce libri che evocano un bacio o una parte intima del corpo, figuriamoci un romanzo con più di una scena erotica. Negli Emirati, grazie all’intervento di autorità di aperte vedute, la distribuzione è stata autorizzata quando ho vinto il premio. La cosa buffa è che la versione pirata circolava già su Internet. I divieti sono inutili nell’era digitale».