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Oltre il burqa c'è un mondo. Scopriamolo con Kant

Autore: Brunella Schisa
Testata: Il Venerdì di Repubblica
Data: 22 settembre 2017

Aminata è una giovane musulmana, vive a Parigi, a Belleville, non conosce una parola di francese ed e analfabeta. Vive imprigionata nel burqa, invisibile, «notte in mezzo al resto del mondo», soggiogata da un marito padrone. Poi un giorno, nel microcosmo in cui vive, vede esposto in una vetrina un vestito rosso che le propone l'immagine di un'altra femminilità. Lo desidera e quando per caso un vicino di casa lascia sul proprio zerbino un libro di Kant - sì, proprio il filosofo tedesco - con l'aiuto della figlia e di un dizionario, scopre che nessun Dio, nessun t1mano può imporle la sottomissione e che dovrà avere fede nella ragione. Il romanzo filosofico della franco-marocchina Lamia Berrada- Berca (classe 1970) è una riflessione piena di poesia e di speranza.

Perché ha scelto la favola per parlare di un tema importante come l'emancipazione della donna musulmana?

«La fiaba, il racconto offrono la possibilità di evocare le intermittenze dell'anima umana, usando immagini semplici e comprensibili a tutti. Il genere della fiaba mi permetteva di lavorare più poeticamente sulle emozioni e seguire con maggiore fedeltà gli inciampi della protagonista nella sua ricerca dell'emancipazione».

Lei non fa nomi, salvo quello della protagonista - Aminata - e non dice nemmeno da che paese provenga...

«Aminata non viene da un Paese arabo: il suo nome lascia intendere che si tratta di un Paese sub-sahariano, ma anche questo non è specificato. L'ho scelto perché mi permetteva di giocare sulla sonorità del nome Amina, la madre del Profeta Maometto, che in arabo significa "leale, degna di fiducia". Volevo che si superasse il metodo identitaria con cui, immancabilmente, ci si confronta in Europa con le persone che provengono da altri luoghi. Mi aiutava a concentrarmi unicamente sulla persona, su quello che la protagonista poteva offrire di particolare, al di là delle categorie geografiche».

Aminata non parla francese. La lingua secondo lei è un modo di guardare il mondo?

«La lingua racconta il mondo, lo restituisce come può, più spesso lo ricrea. La lingua permette di nominarlo, e nominandolo, lo fa esistere. Che lo si voglia o no, la nostra percezione del mondo dipende da ciò che una lingua può o non può dire».

Lei in appendice ha inserito dei brevi testi di Voltaire, Montesquieu, George Sand, dello stesso Kant. Tutti straordinari, ma poco adatti alla forma del romanzo.

«L'ho fatto per aprire a chi non li conosceva una nuova finestra attraverso le epoche e per permettere delle riflessioni che l'attualità ci propone ogni giorno in modo violento e che perciò sono più che mai necessarie».